«Testimoni fino in fondo», la Messa in Cattedrale nella Giornata per la Vita consacrata

Come ogni anno, il 2 febbraio ricorre la Giornata mondiale della vita consacrata, quest’anno nella sua 25ª edizione. Un giorno di festa per riflettere su questa speciale vocazione nella Chiesa e nel mondo e, per i consacrati, un modo per fare memoria e rinnovare la fedeltà alla chiamata. In questo contesto alle ore 18 in Cattedrale il vescovo Antonio Napolioni ha celebrato l’Eucaristia alla presenza di molti religiosi e religiose che operano sul territorio diocesano.

«Oggi per noi è un giorno di ringraziamento per la vita consacrata, un momento di gratitudine al Signore per uomini e donne che ne sono testimoni fino in fondo. Sia dato anche a noi di riconoscere Dio in ogni esperienza umana, a partire da questa Eucarestia», ha esordito il vescovo all’inizio della celebrazione, che si è aperta con la tradizionale benedizione delle candele.

Durante l’omelia, mons. Napolioni, ha esordito: «Il Vangelo che abbiamo accolto per grazia di Dio, anche quest’anno ci fa fissare lo sguardo non sulla cornice (Simeone, Anna, Maria, Giuseppe) ma su Gesù. Contempliamo il Bambino che incarna il Figlio di Dio e offre a tutti noi il modello dell’uomo perfetto e dunque l’identità vocazionale vera, profonda, radicale a cui attingere. Gesù è certamente un laico, è cresciuto a Nazareth, tra la gente, ha lavorato con il padre e poi ha lasciato la famiglia per una missione che non si è caratterizzata secondo i canoni sacerdotali dell’epoca… tanto da essere rifiutato. È nato fuori dall’albergo, è morto povero tra i poveri proprio per dire a ogni membro del popolo di Dio quanto la Sua vita e quanto la vita di ognuno di noi sia innestata in Lui».

Ancora: «Ogni discepolo del Signore è innanzitutto colui che cerca di vivere in Cristo e lo segue. La prima tessera del mosaico della Chiesa è questa: siamo il popolo di Dio. Siamo tutti nati laici, e tutti dobbiamo avere una grande stima non per la sezione laicale della comunità ma per la natura battesimale della nostra esperienza di fede. Su questa radice fiorisce la nostra vita consacrata». Il vescovo ha ricordato poi che se nel laicato brilla la vocazione al matrimonio e alla famiglia, dove Cristo fa da faro della santità coniugale, è innegabile che ci sia stata una fioritura di santi anche nei carismi e nella vita consacrata. Ma, ha ricordato, «sono tutti frutti dell’unico chicco di grano marcito in terra per salvare tutti noi».

«Noi siamo piccoli frammenti di questa grande realtà, che quel Bambino rende presente nel Tempio a dire “ora c’è un nuovo tempio, la mia Presenza in ogni uomo, in ogni tempo, fino all’eternità”. Dobbiamo ricordarci questo per non affogare nei nostri calcoli che non tornano mai». Monsignor Napolioni ha poi ricordato come in entrambe le letture si presenti più volte il verbo “offrire”.

«Tutti gli amici di Gesù sono chiamati ad offrire, parlo dell’offerta di sé. Come quella di Gesù sul Calvario. Finché ciascuno di noi non scopre che la propria realizzazione si compie nel dono di sé siamo infelici. La vita cristiana, anche dei consacrati, è una lotta, impegnata ed esigente. Ma cosa vince? La resa. Un’offerta non nel segno dell’eroe, ma dello sconfitto. È una resa d’amore, una piccolezza benedetta perché scelta da Dio come luogo in cui manifestarsi». Conclude il vescovo: «Siamo in un tempo in cui di fronte a tutte le nostre opere c’è il segno “meno”. Facciamo una promessa stasera? Proviamo a rinunciare all’aritmetica vocazionale? Non ci serve contare sempre i numeri (le case, le scuole, le parrocchie…) ma chi ci segue tra i giovani se dovessero percepire che ci guida quest’ansia dei numeri o delle posizioni da tenere? La carne di Gesù è ogni uomo che vive. Ogni parola che ci scambiamo, ogni gesto che ci è dato di compiere nel Suo nome. Questa libertà ci impegnerà nella maniera giusta. Perché l’aritmetica del Signore prevede solo due numeri: uno e tutti. Uno e infinito. Dobbiamo essere fecondi e in un tempo di grande sterilità la preghiera, il servizio agli ultimi e la comunione tra noi non ci faranno mancare la fecondità che il Signore ha promesso».

La celebrazione si è conclusa con una speciale invocazione per i consacrati e il ricordo dei più significativi anniversari di professione:

  • 25° di professione religiosa: suor Daniela Lazzaroni, suor Louise Sarr, suor Sumithra  Costa;
  • 50° di professione religiosa: padre Virginio Bebber;
  • 60° di professione religiosa: madre Amalia Sartori, suor Maria Teresa Nava, suor Silvana Ventura, suor Raffaella Pastoressa, suor Gabriella Guggeri;
  • 70° di professione religiosa: suor Saveria Pozzecco, suor Adeodata Raimondi, suor Angelina Zof, suor Annunciata Adani, suor Giustina Pozzi, suor Paolina Brambilla.

La fotogallery della celebrazione

 

 




Martedì 2 febbraio in Cattedrale e in diretta web la Messa per la Giornata della vita consacrata

Martedì 2 febbraio ricorre, come ogni anno, la festa della Presentazione del Signore e in tutta la Chiesa si celebra la Giornata della vita consacrata. L’appuntamento sarà vissuto anche in diocesi di Cremona con la Messa presieduta dal vescovo Antonio Napolioni alle 18 in Cattedrale alla presenza delle religiose e i religiosi degli Istituti che prestano servizio sul territorio.

La “zona gialla” attiva dal 1° febbraio permetterà ai consacrati sparsi su tutto il territorio diocesano di raggiungere la Cattedrale, che sarà aperta anche a tutti coloro che vorranno partecipare alla celebrazione ed esprimere così la propria vicinanza e riconoscenza a quanti hanno deciso di mettere la propria vita a servizio della Chiesa.

La celebrazione potrà essere seguita anche in diretta sui canali web della diocesi (il nostro portale e i social ufficiali: la pagina facebook e il canale youtube), permettendo così a tutti di vivere questo momento in comunione spirituale con tutti i consacrati e le consacrate.

La giornata come tradizione sarà occasione per ricordare i più significativi anniversari di professione:

Anniversari di Professione Religiosa 2021

  • 25° di professione religiosa: suor Daniela Lazzaroni, suor Louise Sarr, suor Sumithra  Costa;
  • 50° di professione religiosa: padre Virginio Bebber;
  • 60° di professione religiosa: madre Amalia Sartori, suor Maria Teresa Nava, suor Silvana Ventura, suor Raffaella Pastoressa, suor Gabriella Guggeri;
  • 70° di professione religiosa: suor Saveria Pozzecco, suor Adeodata Raimondi, suor Angelina Zof, suor Annunciata Adani, suor Giustina Pozzi, suor Paolina Brambilla.

 


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Il 24 gennaio al monastero della Visitazione di Soresina festa per il fondatore san Francesco di Sales

Nonostante la “zona rossa”, il 24 gennaio sarà comunque una giornata di festa al Monastero della Visitazione di Soresina. L’occasione è la ricorrenza liturgica di san Francesco di Sales, il vescovo di Ginevra che il 6 giugno 1610 ad Annecy, in Francia, fondò l’ordine monastico visitandino scegliendo come prima guida Giovanna Francesca Frémyot di Chantal.

A motivo della situazione contingente e delle disposizioni anticontagio non sono previsti particolari eventi (da tempo la Messa domenicale delle 8 si svolge a porte chiuse), se non la celebrazione del Vespro alle ore 16 presieduta dal parroco don Angelo Piccinelli e a cui sarà permessa la partecipazione dei fedeli secondo i criteri di spostamento autorizzati e i protocolli in vigore per le celebrazioni.

Durante la celebrazione si pregherà in modo particolare per i giornalisti e gli operatori della comunicazione di cui San Francesco di Sales è patrono.

 

Biografia di San Francesco di Sales

Nato a Thorens il 21 agosto 1567, concluse a Lione i suoi giorni, consunto dalle fatiche apostoliche, il 28 dicembre del 1622, l’anno della canonizzazione di San Filippo Neri, che Francesco conosceva attraverso la Vita scritta dal Gallonio, a lui inviata dall’amico Giovanni Giovenale Ancina. Iscritto nell’albo dei Beati nel 1661, fu canonizzato nel 1665 e proclamato Dottore della Chiesa nel 1887 da Leone XIII.

Francesco di Sales si formò alla cultura classica e filosofica alla scuola dei Gesuiti, ricevendo al tempo stesso una solida base di vita spirituale. Il padre, che sognava per lui una brillante carriera giuridica, lo mandò all’università di Padova, dove Francesco si laureò, ma dove pure portò a maturazione la vocazione sacerdotale. Ordinato il 18 dicembre 1593, fu inviato nella regione del Chablais, dominata dal Calvinismo, e si dedicò soprattutto alla predicazione, scegliendo non la contrapposizione polemica, ma il metodo del dialogo.

Per incontrare i molti che non avrebbe potuto raggiungere con la sua predicazione, escogitò il sistema di pubblicare e di far affiggere nei luoghi pubblici dei “manifesti”, composti in agile stile di grande efficacia. Questa intuizione, che dette frutti notevoli tanto da determinare il crollo della “roccaforte” calvinista, meritò a S. Francesco di essere dato, nel 1923, come patrono ai giornalisti cattolici.

A Thonon fondò la locale Congregazione dell’Oratorio, eretta da Papa Clemente VIII con la Bolla “Redemptoris et Salvatoris nostri” nel 1598 “iuxta ritum et instituta Congregationis Oratorii de Urbe”. Il suo contatto con il mondo oratoriano non riguardò tanto la persona di P. Filippo, quanto quella di alcuni tra i primi discepoli del Santo, incontrati a Roma quando Francesco vi si recò nel 1598-99: P. Baronio, i PP. Giovanni Giovenale e Matteo Ancina, P. Antonio Gallonio.

L’impegno che Francesco svolse al servizio di una vastissima direzione spirituale, nella profonda convinzione che la via della santità è dono dello Spirito per tutti i fedeli, religiosi e laici, fece di lui uno dei più grandi direttori spirituali. La sua azione pastorale – in cui impegnò tutte le forze della mente e del cuore – e il dono incessante del proprio tempo e delle forze fisiche, ebbe nel dialogo e nella dolcezza, nel sereno ottimismo e nel desiderio di incontro, il proprio fondamento, con uno spirito ed una impostazione che trovano eco profondo nella proposta spirituale di San Filippo Neri, la quale risuona mirabilmente esposta, per innata sintonia di spirito, nelle principali opere del Sales – “Introduzione alla vita devota, o Filotea”, “Trattato dell’amor di Dio, o Teotimo” – come pure nelle Lettere e nei Discorsi.

Fatto vescovo di Ginevra nel 1602, contemporaneamente alla nomina dell’Ancina, continuò con la medesima dedizione la sua opera pastorale. Frutto della direzione spirituale e delle iniziative di carità del Vescovo è la fondazione, in collaborazione con S. Francesca Fremiot de Chantal, dell’Ordine della Visitazione, che diffuse in tutta la Chiesa la spiritualità del S. Cuore di Gesù, soprattutto attraverso le Rivelazioni di Cristo alla visitandina S. Margherita Maria Alacocque, con il conseguente movimento spirituale che ebbe anche in molti Oratori, soprattutto dell’Italia Settentrionale, centri di convinta adesione.




Il grazie del Vescovo alle Domenicane dopo tredici anni di clausura a Cremona: «Ci siete e la vostra luce giorno dopo giorno riscalda» (VIDEO e FOTO)

I secondi Vespri della solennità dell’Epifania del Signore sono stati presieduti, nel pomeriggio di mercoledì 6 gennaio, dal vescovo Antonio Napolioni presso la chiesa di San Sigismondo, a Cremona, insieme alle monache di clausura dell’Ordine dei Frati Predicatori, come per tradizione avviene ormai ogni anno: un momento di preghiera e di adorazione eucaristica nel ricordo della posa della clausura papale, avvenuta il 6 gennaio di tredici anni fa.

Il Vescovo nella sua riflessione ha sottolineato come «davanti all’Epifania non si può che adorare la Sua presenza». E ha proseguito: «In questi mesi abbiamo imparato cosa vuol dire la presenza: tra di noi, che ci manchiamo; e la presenza del virus che è, per l’appunto, virale. Ma il contagio delle parole e delle immagini ci aveva già in qualche modo assuefatto a stare davanti alla Presenza». Poi monsignor Napolioni ha proseguito: «La Chiesa, l’umanità, i popoli che camminano alla luce del bambino che è nato costituiscono una comunione reale, anche se offuscata dalle paure».

Quindi l’auspicio e il ringraziamento del Vescovo alla comunità claustrale: «Da adulti siamo chiamati ad intuire dove il Signore ci sta conducendo per seguire quella Parola che è diventata realtà, la presenza sacramentale che è presenza nella Chiesa e che fraternamente abbraccia, accarezza e rincuora: per questo vi diciamo grazie, perché non avete risolto nulla, ma ci siete e la vostra luce giorno dopo giorno riscalda».

La riflessione del vescovo Napolioni

Accanto al Vescovo erano presenti il cappellano del monastero don Daniele Piazzi, il delegato episcopale per la Vita consacrata don Giulio Brambilla, oltre al cerimoniere vescovile don Flavio Meani.

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Le suore Adoratrici di tre continenti in rete per la formazione

3 continenti, 30 comunità, 150 suore circa. Questi i numeri dell’evento di formazione promosso dall’Istituto delle Suore Adoratrici del SS. Sacramento di Rivolta d’Adda. Un incontro, se pur virtuale, vero e autentico. Tra lo stupore e le gioia di rivedersi, tra fusi orari e qualche immancabile inconveniente con la connessione. Ogni religiosa alla sua scrivania, sul divano di casa con penna e quadernetto, perché le cose belle bisogna annotarle.

Fino alla fine avevano sperato di potersi incontrare di persona, di potersi scambiare gli auguri, racconti e idee per il futuro, ma alla fine si sono dovute incontrate così, perché la realtà limita ma il desiderio allarga e fa vedere cose con altri occhi.

Dopo le prove di rito e i saluti iniziali di madre Isabella Vecchio, la superiora generale delle Adoratrici, commossa per questo momento tanto atteso, suor Paola Rizzi, archivista dell’Istituto, ha condiviso un pezzo di storia del fondatore e dell’Istituto: l’arrivo di san Francesco Spinelli a Como, a Casa Nazareth, e le vicende belle e anche sofferte che ha vissuto. “La solidarietà è un modo per fare la storia” a fine ‘800, nella Chiesa del tempo, non era facile fare opere di solidarietà, ma così è stato per Spinelli, che non si è mai tirato indietro a ciò che la realtà storica chiedeva in termini di carità e dono.

A intervenire poi è stato il vescovo Antonio Napolioni.


I suoi saluti alle comunità delle Adoratrici nel mondo e il suo affetto particolare per le sorelle di Casa Santa Maria hanno reso familiare questo bel momento. Le parole del Vescovo hanno permesso di riflettere sul tema della Chiesa come Corpo di Cristo, in questo tempo, Corpo sofferente. Cosa i cristiani possono dire a una società oggi così liquida e frammentaria? La risposta è ancora nella fiducia e nella grazia del vangelo che ci invita a vivere questo tempo come un tempo di scelta e testimonianza. “Siamo dentro a questo Corpo del Risorto dove le nostre briciole rimangono preziose solo se rimangono briciole”.

 




Deceduta suor Amelia Biolchi, una vita spesa al servizio dei più svantaggiati e bisognosi

Profondo dolore, viva commozione, sentimenti di autentica gratitudine ha suscitato la notizia della morte di suor Amelia Biolchi (al secolo Rina Vittorina), della Congregazione “Istituto Rifugio Cuor di Gesù”, avvenuta presso la casa di cura S. Camillo di Cremona nel giorno della solennità dell’Epifania.

Suor Amelia ha vissuto tutta la sua esperienza religiosa all’insegna del dono di sé al servizio dei più svantaggiati e bisognosi. Nella costante e appassionata fedeltà al carisma della fondatrice dell’Istituto, madre Rosa Gozzoli, ha testimoniato in tutte le tappe della propria vita quanto il Vangelo chiede con forza: l’amore verso i più poveri.

In tutte le varie Case della Congregazione in cui ha prestato servizio è stata segno di accoglienza, di attenzione, di sensibilità, soprattutto verso il mondo femminile e dell’adolescenza.

Di straordinario rilievo è stata la sua presenza in Brasile, a Goiânia, dove, insieme con le consorelle, ha dato vita all’Ecovam, opera che negli anni ha nutrito, vestito, educato un numero incalcolabile di “meniños da rua”, attraverso una azione caritativa che è andata anche bel al di là della struttura stessa.

Una volta rientrata in Italia, suor Amelia non ha mancato di visitare regolarmente la struttura, recandosi in Brasile annualmente con l’entusiasmo che solo l’amore può sostenere.

Vari – ma sempre segnati dalla carità – sono stati gli ambiti in cui ha espresso la autenticità della sua vita religiosa: la dedizione costante ed espressa con tutte le energie alle giovani donne è stato ciò che maggiormente ha caratterizzato la sua vita.

Si è spenta dopo qualche giorno di ricovero, assistita, fino all’ultimo, dai Padri Camilliani, da cui ha ricevuto tutti i conforti della fede, dopo essere stata accolta per qualche tempo presso le Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento di Rivolta d’Adda, che la hanno seguita, curata, confortata, amorevolmente e con estrema e costante attenzione.

Il funerale sarà celebrato nella Cattedrale di Cremona sabato 9 gennaio, alle ore 10, presieduto dal vescovo Antonio Napolioni.




Ancelle della Carità in lutto, è salita al Cielo madre Amedea Ruggeri

«Madre Amedea era una persona eccezionale, che amava la Chiesa e la propria città». Con queste parole, la superiora della Ancelle della Carità di Cremona, madre Carla Antonini, ricorda la sua predecessora. Madre Amedea Ruggeri, infatti, ha svolto per molti anni l’incarico e il servizio di superiora presso la comunità religiosa e la clinica di via Aselli e il ricordo che se ne è conservato è quello di una «persona molto raffinata, capace di essere materna, ma anche ferma nelle decisioni».

Cremonese d’origine, della parrocchia di S. Ilario, madre Amedea ha guidato le sorelle e la casa di cura anche nel periodo di transizione tra la gestione dei casi acuti e la strutturazione come clinica di riabilitazione ed hospice. «In questo – ricorda madre Carla Antonini – la sua capacità di mediazione, le sue doti organizzative e relazionali, unite ad un grande intuito, sono state decisive».

Madre Amedea, però, non è stata solamente la direttrice di una struttura sanitaria. L’attuale superiora della Ancelle della Carità parla di lei come di una «grande figura apostolica, legata alla vita della Chiesa nel servizio di sacerdoti e laici, com’è nello stile del Vangelo. Era una persona di cui, con gioia, mi piace definirmi figlia e amica».

Le esequie di madre Amedea Ruggeri si terranno nella chiesa di S. Ilario, in Cremona, venerdì 8 gennaio (ore 10); al termine del rito, si procederà verso il Cimitero cittadino.




In vista del Natale il Vescovo in visita al Monastero della Visitazione

Un incontro familiare quello che domenica 20 dicembre, nella IV di Avvento, il vescovo Antonio Napolioni ha offerto al Monastero della Visitazione di Soresina con la sua presenza. Visita iniziata con la Messa delle ore 8 a porte chiuse, come tutte le domeniche da fine febbraio, inizio della pandemia.

Nella celebrazione eucaristica presieduta da mons. Napolioni e concelebrata dal parroco don Angelo Piccinelli e dal cerimoniere don Flavio Meani, il vescovo ha augurato un buon Avvento, una buona attesa, una buona preparazione insieme al grazie, alle monache di clausura della Visitazione, per l’accoglienza e la condivisione del momento di preghiera.

Il pensiero del Vescovo è rivolto a chi è nelle case, agli anziani, ai ammalati, ai bambini e alla fatica di questo tempo e non solo, sottolineando anche ciò che fiorisce, ciò che il Signore prepara, Lui stesso che viene in mezzo a noi sempre e comunque, e rinnova sempre di più la vita di ciascuno.

L’omelia, incentrata sul Vangelo dell’Annunciazione che squarcia ogni tenebra e sulla lettura di san Paolo, è aiuto alla riflessione sul Giorno di Dio che viene, che conduce la storia al suo compimento. Nessuno può smentire il Natale – ha detto il Vescovo -: possiamo falsificarlo quanto vogliamo, possiamo dimenticarlo quanto vogliamo, possiamo essere costretti dall’epidemia a fare un Natale più cristiano, ma non siamo noi a farlo, è Dio, realmente al centro di tutto e che tutto custodisce e tutto ha fatto per l’uomo: Egli stesso è per noi, esiste per le creature. Ecco perché – ha aggiunto monsignor Napolioni – oggi non c’è niente da spiegare e da raccontare, ma c’è tanto da adorare, contemplare e lodare, perché l’amore di Dio si è davvero manifestato.

Al termine della celebrazione il Vescovo ha incontrato tutte le monache per gli auguri e scambiare alcune parole con loro su come stanno vivendo questo mesi. Uno scambio di parole sorridenti e serene in questo momento particolare di “clausura” per la comunità visitandina e parrocchiale, ma che mai si è chiusa alle preghiere e al conforto di chi le raggiunge, chiudendo con la benedizione e un ricordo per le persone dimenticate.




«Come la scia di una nave», la prima missione ad gentes delle Adoratrici raccontata in un libro

È stato presentato il 12 ottobre, proprio nei giorni della memoria della Canonizzazione di San Francesco Spinelli, “Come la scia di una nave”, il libro curato da suor Paola Rizzi che racconta le vicende di 11 semplici Suore Adoratrici partite in missione per l’Albania nel lontano 1940, alle porte di una dolorosa guerra, per la prima missione ad gentes del loro Istituto.

«Arriva una mail dall’Albania. Un giovane frate che vive in Albania, chiede alla Segreteria generale conferma del fatto che, in un passato non ben definito, un gruppo di Suore Adoratrici del SS. Sacramento abbia vissuto a Berat. E per dare risposta a fra Paolo Marasco una mattina del gennaio 2019 apriamo l’armadio numero 6 dell’Archivio Storico, dove si conservano i faldoni impolverati delle comunità di Adoratrici già chiuse. Il numero 3 riporta la dicitura “Albania”. Lo slacciamo. Si apre un mondo. Fatto di nomi, di volti, di date, di lettere, di storie, di fede, di angoscia, di guerra, di servizio. Soprattutto fatto di amore fino al dono della vita. Un diario, tre cartellette colme di lettere, alcuni documenti a far crescere, via via che la lettura procede, la consapevolezza di essere di fronte a un tesoro di santità».

Così inizia la presentazione del libro Come la scia di una nave, che racconta la presenza in Albania delle prime Suore Adoratrici missionarie. Salpate da Bari all’inizio di giugno 1940, sono ritornate in Italia dopo l’espulsione di tutti i missionari, da parte del partito comunista appena salito al potere, nel febbraio 1946.

È una storia che parla della fondazione di una missione. Ma è soprattutto la storia di una comunità religiosa che si trova a condividere tutta la presenza in Albania, allora Protettorato italiano, con una vicina di casa che si chiama “guerra”. La guerra con la Grecia, la seconda guerra mondiale, la guerra di espansione e la guerra di difesa. Insomma, sei anni vissuti tra bombe e mitraglie, tra soldati e sparatorie. Eppure sei anni in cui le undici suore Adoratrici hanno donato il loro servizio nel paese di Berat, nel cuore dell’Albania, senza fermarsi mai. Dapprima come maestre nella scuola materna e per il lavoro femminile, poi come infermiere a domicilio e quindi nel grande ospedale militare, che arrivò a ospitare 33.000 malati in 4 mesi, in una struttura predisposta per 1000 malati…

La povertà del luogo, della casa, dei trasporti, del cibo, delle comunicazioni sono altrettanti segni di quell’eroismo proprio di chi sceglie di mettere il Vangelo prima delle proprie sicurezze. Ma il dover fuggire più volte perché le bombe dei nemici erano rivolte proprio alla loro casa, questo è segno di quella disponibilità al martirio che le suore dichiarano a chiare lettere. Anche quando a loro è data la possibilità di lasciare l’Albania, come a tutte le mogli dei militari lì presenti, esse dichiarano in coro: “Noi restiamo”. Sapendo che se il Signore le riterrà degne del martirio, darà loro la grazia di consegnare la vita fino all’atto estremo.

La storia ha un altro epilogo. A gennaio 1946 il partito Comunista firma il decreto di espulsione di tutti gli italiani, primi fra tutti i missionari. Ma prima di imbarcarli alla volta di Brindisi, li terrà internati per 35 giorni, in attesa di mandarli in Siberia… non certo in gita turistica.

La narrazione di suor Franceschilla racconta: «E venne il giorno della partenza. Il 25 febbraio dopo minuziosi controlli alle valigie e la perquisizione personale salimmo sulla nave che ci doveva portare in Italia. Era una piccola nave mercantile chiesta dal S. Padre Pio XII alla Marina mercantile quando seppe che ci avrebbero portato in Siberia. Alle 17 la nave si mosse dal porto. Salutammo la povera Albania cantando la Salve Regina per affidare alla Madonna quella terra e il nostro viaggio».

Arrivarono a Rivolta, in Casa madre l’11 marzo 1946. Le Memorie dell’Istituto ricordano che «La Reverendissima Madre è andata ad accoglierle a Cassano. Sono state quindi ricevute alla porta della chiesa da tutta la comunità ivi convenuta che intona il Benedictus. Le missionarie salgono l’altare e, terminato il canto, il cappellano, Rev. Don Annibale, imparte la benedizione eucaristica. Ringraziamo il Signore che le ha salvate da tanti pericoli».

È la storia di un popolo, raccontata da undici suore che l’hanno condivisa da vicino; non è scritta nei libri di storia, è annotata a mano sul diario della superiora, suor Ausilia.

È la storia di una guerra combattuta dagli uomini ma supportata dalle donne. Dietro, in silenzio, quelle donne curavano, consolavano, pregavano, sostenevano le migliaia di soldati lontani da casa, dalla mamma, dalla moglie.

È la storia di missionari cristiani cattolici, inviati in un paese in cui «le statistiche del 1930 davano il 73% di musulmani, il 27% di ortodossi, nessun cattolico». In cui non c’era alcuna certezza se non la fede incrollabile in Colui che le mandava.

È la storia della Provvidenza all’opera che, come diceva spesso san Francesco Spinelli, “non ci ha mai abbandonati”.

È la storia di religioni diverse che si parlano, si accolgono, si incontrano, come fossero fratelli tutti. Commoventi le pagine in cui le suore pregano il Dio di Gesù Cristo e insieme i bambini pregano Allah, perché le bombe non travolgano case e persone.

È la storia della fraternità che rende “un cuore solo e un’anima sola” e che, se guardata con gli occhi semplici, appare proprio come la forza che salva il mondo. Solo insieme, nel nome dello Spirito che è comunione, le Suore Adoratrici e con loro i frati Conventuali hanno superato le giornate più nere.

Non si può raccontare di più; bisogna leggerlo, a partire dai testi autografi ritrovati, il diario, le cronache, le lettere.

E si scoprirà che è vero quanto papa Francesco, ottant’anni dopo, ha scritto nella Fratelli tutti: «Senza memoria non si va mai avanti, non si cresce senza una memoria integra e luminosa. Abbiamo bisogno di mantenere la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde… ma anche il ricordo di quanti, in mezzo a un contesto avvelenato e corrotto, sono stati capaci di recuperare la dignità e con piccoli o grandi gesti hanno scelto la solidarietà, il perdono, la fraternità. Fa molto bene fare memoria del bene.

Il libro, edito da Ancora, è disponibile in libreria o si può richiedere in Casa Madre all’indirizzo segreteria@suoreadoratrici.it 

 




A San Camillo giornata del ricordo con il vescovo Napolioni

Nella mattina di venerdì 2 ottobre presso la cappella della casa di cura San Camillo di Cremona si è celebrata la giornata del ricordo, nella memoria di quanti sono morti a causa del Covid-19 nella prima fase della pandemia.

All’inizio della Messa il superiore camilliano, padre Virginio Bebber, ha ricordato con un lungo elenco le molte persone che sono decedute, tra i quali i molti parenti dei dipendenti della casa di cura e in special modo chi era parte della famiglia della clinica di San Camillo: il dottor Leonardo Marchi, direttore sanitario della struttura, padre Francesco Avi, chirurgo camilliano missionario in Taiwan e in Kenya e fratel Antonio Pintabona, zelante sagrestano della cappella della clinica, molto conosciuto in città.

Durante l’omelia il vescovo Napolioni, ricordando le parole di un seminarista conosciuto in passato, ha sottolineato che, «se anche bisogna cercare di rimarginare le ferite del corpo, non bisogna lasciar rimarginare le ferite dell’anima, perché a volte pur di non soffrire noi facciamo soffrire gli altri e creiamo delle ferite sociali». Il vescovo ha sottolineato come «un medico, un religioso, un parente riesce a dare pace e sicurezza: non solo quella della guarigione fisica, ma anche quella di non rimanere solo. E nei mesi scorsi purtroppo è anche successo questo».

L’auspicio e augurio finale per tutta la comunità camilliana e i presenti è stato quello di «essere chiamati a prenderci cura gli uni gli altri da vivi, e con i nostri fratelli defunti» e che «la memoria dei nostri cari sia d’aiuto anche per noi: una luce come l’aurora per quanti ogni giorno al risveglio dicono di sì al proprio dovere con umiltà e coraggio. Se non si deve rimarginare la ferita del cuore, si rimargineranno tante ferite sociali e la traccia di coloro che ci hanno lasciato sarà luminosa per sempre».

Al termine della celebrazione eucaristica è stata inaugurata e benedetta dal Vescovo una sala polivalente intitolata al dottor Leonardo Marchini. Padre Bebber ha brevemente spiegato come questa sala è proprio quanto desiderato dal medico defunto: «un luogo dove il personale potrà trovarsi per la formazione e per tante altre attività». La targa in memoria del direttore sanitario è quindi stata svelata dalla moglie e dalle figlie.

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