Scuola, “piano ponte”: una convergenza da leggere insieme

Dagli uffici di Pastorale giovanile e Pastorale scolastica una prima riflessione a margine del piano predisposto dal Ministero dell’istruzione
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È l’immagine del ponte a polarizzare le poche, dense pagine del nuovo piano predisposto dal Ministero dell’istruzione. Perché di un ponte si vorrebbe parlare: tra l’anno scolastico che sta per concludersi, e il prossimo, nella speranza abbia toni più sereni e ritmi più ordinari; ma anche tra la condizione di sospensione e rarefazione della relazione educativa e un tempo di recupero, attento ai contenuti, ma anche alla condizione dell’età evolutiva.

Il piano ponte rappresenta così una novità sostanziale per due ordini di ragioni: da un lato perché propone, utilizzando nuove categorie, linguaggi, idee (e fondi) un modello di scuola per certi versi inedito; dall’altro perché, non affogando nel burocratico, punta al vero nocciolo della questione: la domanda educativa che emerge dai mesi che stiamo attraversando.

Detto in altri termini: anche la scuola, e soprattutto la scuola, si pone la questione della persona, delle sue relazioni, del rapporto tra curricoli e vita, apprendimenti ed esperienze. Lo fa come scuola, ovvero immaginando strumenti che le sono propri e un orizzonte certo non immediato né scontato. Poco o nulla potrebbe partire e le incognite pratiche restano molte.

Ma intanto lo fa.

E facendolo condivide per certi versi alcuni preziosi ragionamenti “nostrani” che da mesi vengono posti all’attenzione delle comunità. La crisi pandemica ha infatti riportato all’attenzione di tutti non solo il prezioso valore della salute, ma anche la necessità di una cura più consapevole delle relazioni e delle attenzioni educative, quasi raggelate e come impacchettate sulla famiglia o poco altro, per tanto, troppo tempo. L’estate è come un miraggio cui tutti tendono: le ferie per chi può, il tempo prolungato e assolato per i più piccoli, la gioia di esperienze di gratuità e servizio per altri, soprattutto gli adolescenti. E proprio nell’estate che abbiamo davanti, il lavoro di rete, tornato alla ribalta, quasi per necessità, nel 2020, ci si ripropone come un punto di intelligenza per la comunità adulta. Non si tratta di contrapporre le proposte né di screditarle: bensì di imparare dalla crisi a rileggere i bisogni, in un clima di alleanze adulte.

Francamente non si conosce la ricaduta operativa (quali scelte educative/didattiche? Che utilizzo del personale?) di questo piano ponte: la maggior parte delle risorse è stanziata per altri territori e la proposta è attivata in un segmento dell’anno scolastico cruciale, tra fatiche accumulate e desiderio di concludere al meglio la stagione degli esami.

Dovremo aggiornarci, appena si avranno informazioni più precise: per capire chi si muove e come. Intanto una questione ritorna cruciale: mantenere comunque i contatti con la Scuola, soprattutto gli istituti comprensivi che spesso già collaborano sui territori con Parrocchie ed altre realtà. Proprio come abbiamo già sollecitato a fare rispetto alle Amministrazioni sulla falsariga del 2020. Per muoversi il più possibile insieme, almeno nella progettazione dei mesi prossimi, così delicati per tutti.

Al di qua di quanto potrà concretamente accadere, va sottolineata una convergenza importante, di carattere pedagogico: mondi che spesso sono percepiti come distanti se non alternativi si parlano di più e condividono un linguaggio. Nella mentalità corrente la scuola sarebbe il luogo degli apprendimenti e della valutazione, gli Oratori (ma anche le altre agenzie educative del territorio) quello del tempo libero e dell’esperienza non più oppressa dal ritmo delle lezioni quotidiane. Questo è vero, ma solo in parte! Una nuova convergenza, frutto di una diversa consapevolezza dei tanti volti dell’educare può costituire un nuovo inizio, perché al centro sia posta la persona, anzi le persone. Perché si possa intercettare meglio la novità di queste generazioni, definite progressivamente con le ultime lettere dell’alfabeto, quasi ad indicare un dinamismo che ci sfugge di mano, perché libero e problematico al tempo stesso. Si può, anche con parole convergenti e con la condivisione di una seria e aperta lettura antropologica, costruire un terreno comune, ragionarlo per il bene di tutti. E magari ritrovarsi attorno ad un tavolo in cui ciascuno ha qualcosa di buono da dire.

Forse certi discorsi si limiteranno al genere delle dichiarazioni o dei buoni propositi. Ma quando i codici si avvicinano e ci si accorge di un terreno umano condiviso, nuove alleanze sono possibili. Questo è l’auspicio: che ci si possa riconoscere in una rete di senso, arricchita dall’impego di tutti.

Paolo Arienti e Giovanni Tonani

(Fonte: TeleRadio Cremona Cittanova)

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