Sinodo per l’Amazzonia: introdurre i “peccati ecologici” contro il creato e l’ambiente

Introdurre, accanto ai peccati tradizionali, i "peccati ecologici". E' una delle proposte emersa al Sinodo per l'Amazzonia. I temi della quarta e quinta Congregazione generale
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“La radice dei peccati ecologici è nella Genesi”. A ricordarlo, conversando con i giornalisti a margine del briefing odierno sul Sinodo per l’Amazzonia, è stato mons. Erwin Kräutler, vescovo prelato emerito di Xingu, in Brasile, che ha citato il versetto del primo libro della Bibbia – “E Dio vide che era cosa buona” – collocato proprio al termine dell’opera creatrice di Dio. Tra le proposte emerse dal Sinodo per l’Amazzonia – in corso in Vaticano fino al 27 ottobre – c’è infatti quella dell’introduzione dei “peccati ecologici”, a danno della creazione e dell’armonia del creato, di cui si è parlato nella quarta Congregazione generale, svoltasi ieri pomeriggio. Dai padri sinodali, in particolare, è stata auspicata “una conversione ecologica che faccia percepire la gravità del peccato contro l’ambiente alla stregua di un peccato contro Dio, contro il prossimo e le future generazioni”. Di qui la proposta di approfondire e divulgare una letteratura teologica che includa, insieme ai peccati tradizionalmente noti, i “peccati ecologici”. In queste prime cinque Congregazioni generali hanno preso la parola 77 padri sinodali, 7 uditori, 3 invitati speciali e un delegato fraterno.

Nuovi ministeri per uomini e donne. “Istituire un ministero laicale femminile per l’evangelizzazione”. E’ una delle proposte della quinta Congregazione generale, in cui i padri sinodali – riferisce Vatican news – hanno fatto emergere la necessità di “promuovere una partecipazione più attiva della donna nella vita della Chiesa” e hanno lanciato un invito a “contrastare la violenza sulle donne”. “Si tratta di far emergere la soggettività ecclesiale delle donne”, ha spiegato padre Giacomo Costa, segretario della Commissione per l’Informazione: “Non per una rivendicazione, ma come riconoscimento di quello che si sta già vivendo”, ha precisato”. Dai lavori del Sinodo, inoltre, è emersa “l’esigenza di far sorgere figure ministeriali laicali più partecipative”, ha reso noto il gesuita. Di qui la necessità di una “creatività” per “nuove ministerialità che rispondano con più efficacia alle necessità dei popoli amazzonici”. Tra le proposte della quarta e della quinta Congregazione generale, ha reso noto Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, è stata segnalata la “possibilità di incrementare il diaconato permanente degli indigeni, che svolga diverse funzioni”, tra cui “il ministero della Parola, l’amministrazione dei battesimi, della comunione, dei matrimoni, l’accompagnamento nelle celebrazioni per i defunti”.

Viri probati. “Non c’è un’altra possibilità”. Così mons. Kräutler ha risposto alle domande dei giornalisti sui “viri probati”. “I popoli indigeni non intendono il celibato, e lo dicono apertamente”, ha testimoniato il presule, che ha confermato di avere incontrato il Papa il 5 aprile 2014, e dunque prima della stesura della Laudato si’, e di avergli posto “tre punti: le minacce all’Amazzonia, le sue possibilità di distruzione; le condizioni delle popolazioni indigene; la questione dell’Eucarestia, cioè il fatto che ci siano migliaia e migliaia di comunità in Amazzonia che non hanno l’Eucaristia, se non una, due o tre volte l’anno”. “I due terzi delle comunità amazzoniche che sono senza sacerdoti sono dirette e coordinate da donne”, ha fatto notare poi il vescovo: “Si parla tanto di valorizzazione della donna, ma cosa vuol dire? Hanno bisogno di riconoscimenti concreti, come il diaconato femminile, che è un argomento del Sinodo”.

“La Chiesa è sempre stata politica”.

Rispondendo alle domande dei giornalisti, mons. Kräutler ha precisato: “Bisogna intendersi su cosa sia la politica. Per la Chiesa, la politica è l’arte di lottare per il bene comune”. Kräutler è partito dalla celeberrima definizione di Aristotele: “L’essere umano è un essere politico”. “Non parliamo di una politica dei partiti, ma di una politica che viene dal Vangelo”, ha puntalizzato: “Gesù è stato un politico. Io prego, ma mi impegno anche per il mio popolo. Vedo uomini e donne che non sanno quale sarà il loro futuro, e questo mi commuove profondamente”.

Il collasso della foresta. “Quindici o vent’anni”. È questo il tempo che abbiamo a disposizione per scongiurare la totale scomparsa della foresta amazzonica. A lanciare il grido d’allarme è stato Carlos Alfonso Nobre, scienziato, Premio Nobel per la Pace 2007, che ha fatto notare come l’Amazzonia abbia “un ruolo determinante per il futuro della sostenibilità del nostro pianeta, ma purtroppo siamo molto vicini ad un collasso della foresta. Ora siamo al 15% della deforestazione, cioè molto vicini al punto di non ritorno, con tassi di disboscamento e di incendi in aumento”. Di fronte a questo quadro della scienza, per Nobre “la tecnologia, se non diventa tecnocrazia, può essere un aiuto e non un ostacolo. Dobbiamo mettere in atto conoscenze secondo un nuovo modello di economia sostenibile che possa aiutare le popolazioni locali: un economia decentrata, che non è urbanizzazione”. Interpellato dai giornalisti sul “negazionismo scientifico” di chi non crede nel riscaldamento globale, il Nobel lo ha definito “una delle minacce più grandi, che non viene però dalla maggioranza della popolazione del mondo. Si tratta di una quota molto piccola, non della popolazione ma dei rappresentanti di quegli interessi economici che hanno dominato in questi anni”.

M. Michela Nicolais

(Fonte: AgenSir)

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