“Per una comunità di bambini”, una riflessione di Isabella Guanzini

La teologa cremonese ha anticipato sul volume dei percorsi pastorali i temi che affronterà nel suo intervento al Convegno diocesano
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E’ affidata a Isabella Guanzini, teologa cremonese, sposa e mamma, docente dell’istituto di teologia Fondamentale presso l’Università di Graz, la riflessione durante il Convegno diocesano di apertura dell’anno pastorale 2019/2020 che si svolgerà sabato 21 settembre presso il Seminario vescovile. La studiosa ha scritto sul volume “Dove sono due o tre” dei percorsi pastorali un’introduzione dal titolo “Per una comunità di bambini”, che proponiamo nella versione integrale.

Al termine di un appassionato dialogo con un vecchio professore di cui era ospite, che lo aveva criticato duramente per alcune sue affermazioni un po’ retoriche a riguardo di Dio, Martin Buber dice una cosa sorprendente: «“Vogliamo darci del tu?”. Il colloquio era finito. Poiché dove due sono veramente uniti, lo sono nel nome di Dio».

Qui mi pare emerga non tanto un’idea, quanto un’esperienza fondamentale che riguarda non soltanto la vita della comunità, ma soprattutto l’evento della fede. Dio – dice Buber – avviene, si manifesta, diviene presenza viva quando due persone stanno l’una di fronte all’altra percependo la reciproca presenza e la reciproca alterità, discutendo sull’essenziale senza infingimenti, dicendo le cose come stanno, ascoltando e prendendo sul serio le parole dell’altro. Quando due persone si trovano così, esposte agli sguardi reciproci, impegnate in un colloquio autentico, dandosi del tu – ossia riconoscendosi come soggetti portatori di una dignità assoluta e non come oggetti da persuadere, da dominare o da manipolare -, ecco si apre lo spazio per Dio.

Dio è come l’effetto di relazioni umane significative, così che ogni incontro riuscito lo è sempre nel suo Nome.

Il pensiero espresso da Buber, uno dei massimi rappresentanti dell’ebraismo contemporaneo, è semplice e profondo: il nostro rapporto con l’Altro, con Dio, si gioca nel nostro rapporto con gli altri. Gesù lo aveva già espresso in modo lapidario: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20). Il riunirsi insieme apre un nuovo spazio per la sua presenza, rende ogni volta possibile il suo avvento. Per questo la comunità è lo spazio dove la Parola si realizza: nelle parole e nei gesti fraterni si apre oggi volta uno spazio per Dio, ogni volta che ci diamo del tu con volto scoperto e cuore aperto scopriamo di nuovo di essere figli.

Cosa significa però scoprirsi figli? Per gli adulti la cosa è difficile – l’infanzia è infatti ormai un tempo passato.

Un buon esercizio evangelico è riguardare ogni tanto le nostre foto da piccoli. Osservarle con attenzione, stupirsi di tutto ciò che è poi stato possibile, ma anche impossibile.

Scrutare nei gesti, negli sguardi, negli incontri di allora i segni di ciò che poi sarebbe o non sarebbe stato di noi e degli altri. Tutti siamo infatti stati bambini. Ma molti se ne dimenticano, vivendo come se fossero stati grandi da sempre. C’è una tendenza innata a rimuovere le radici infantili della vita, e questo è un problema serio secondo il Vangelo: «E disse: Amen vi dico, se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli».

Ma cosa significa diventare come bambini? Qual è il senso di questo imperativo, che tocca qualcosa di talmente essenziale da decidere la riuscita di un’intera vita? Nicodemo, nel Vangelo di Giovanni, pone a Gesù una domanda simile, mostrandosi assai disorientato: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» (Gv 3,4). Cosa vuol dire rinascere di nuovo? Quale è il misterioso rapporto fra lo spirito della fede e lo spirito dell’infanzia? Cosa significa quel «come bambini» che deve fondare lo spirito della comunità secondo il Vangelo? Sarà forse il loro desiderio di sapere, di affidarsi, di restare attaccati alla vita, tipico dei bambini? Sarà forse la loro capacità assoluta di sentire la vita come qualcosa di promettente, di straordinariamente aperto, come fosse una scoperta incessante? Sarà la loro mancanza di disillusione, la loro tenacia nel chiedere, la loro volontà di fare? O sarà forse la loro fede nella bellezza della vita, che è il loro modo proprio di sapere?

Le parole di Gesù a questo proposito sono terribili: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare» (Mc 9,42). Chi turba questa fede nella bellezza della vita uccide lo spirito dell’infanzia e insieme lo spirito del Vangelo. E destina la comunità al suo tramonto.

Restiamo allora riuniti nel suo Nome, come bambini, dandoci del tu.

(Fonte: TeleRadio Cremona Cittanova)

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