Le prime impressioni di mons. Napolioni al ritorno dal Brasile

Una visita ricca di incontri, particolarmente significativi quelli con i giovani in vista del Sinodo diocesano
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Hanno fatto rientro in queste ore dal Brasile il vescovo Antonio e la piccola rappresentanza della Diocesi in viaggio dal 9 al 19 luglio nella vita delle comunità cristiane guidate dei missionari fidei donum cremonesi.

Mons. Napolioni con don Maurizio Ghilardi (responsaabile del Centro Missionario diocesano), don Davide Ferretti (che si è fermato in diocesi di Goiania) e l’avvocato  Paolo Mirri (Comunione e Liberazione) hanno fatto visita a don Attilio Berta e a don Ezio Bellini (a San Paolo del Brasile), a don Emilio Bellani (a Salvador de Bahia) e a don Giancarlo Regazzetti a Quijingue (diocesi di Serrinha).
Sulla via del ritorno, don Ghilardi ha posto al Vescovo alcune domande per un primo bilancio “a caldo” dell’esperienza vissuta in Brasile, segno e inizio di un nuovo percorso per la nostra Chiesa diocesana, chiamata a essere missionaria nelle nostre comunità parrocchiali, ma anche generatrice di nuove occasioni di servizio a favore di Chiese sorelle nel mondo.

Partendo dai primi giorni, dal nostro arrivo a Mogi das Cruzes, cosa ha potuto notare di interessante?
«Il motivo principale della visita è certamente l’incontro con i nostri sacerdoti e quindi raccogliere il contesto ecclesiale e umano in cui si sono inseriti. Ho ammirato quanto sono apprezzati per le opere realizzate ma anche per lo stile della loro presenza nella diversità delle storie di ciascuno. Questa è la prima impressione, senza la pretesa di avere compreso la complessità di un Paese immenso come il Brasile».

Delle esperienze di don Attilio Berta e di don Ezio Bellini che cosa si sente di sottolineare?
«Don Attilio e don Ezio hanno contribuito allo strutturarsi della Diocesi con ruoli diversi a fianco della gente e dei Vescovi in Cattedrale, in Curia e nelle opere sociali, nella formazione dei sacerdoti e dei laici. Questo ci ricorda come la missione non sia soltanto un servizio immediato alle povertà e all’annuncio del Vangelo a chi non lo conosce, ma sia anche l’aiutare una Chiesa a divenire autonoma, a crescere come espressione della presenza di Dio in quel territorio. Ho notato grande intelligenza nei nostri sacerdoti nel saper cogliere gli spazi giusti, a volte anche senza risparmiare provocazioni e stimoli scomodi a consuetudini e interessi di qualcuno. Ho ascoltato con attenzione i racconti soprattutto di don Attilio, che vive una stagione di fragilità, ma anche di amicizia spirituale con persone che hanno apprezzato la sua creatività».

Abbiamo incontrato la realtà di don Giancarlo Regazzetti in un momento particolare della sua vita dal punto di vista della salute. E abbiamo potuto conoscere il suo Vescovo. Di questa esperienza che cosa l’ha colpita?
«Don Giancarlo Regazzetti è tornato in Brasile l’anno scorso, si è inserito in una nuova Diocesi, al servizio di ottanta comunità dell’entroterra – realtà difficilmente raggiungibili che chiedono uno spirito di sacrificio notevole – e ha dato subito testimonianza della sua radicalità evangelica. Forse pagandone anche un prezzo in termini di salute, che ora chiede una sosta e di ritrovare le energie per il futuro».

LA FAVELA DI SALVADOR BAHIA OCCASIONE DI INCONTRI

Della realtà di Salvador de Bahia, e della favela nella quale opera don Emilio Bellani, quale sintesi può fare?
«La prima impressione è legata alla potenza della vita: qui c’è tanta vita, e dove c’è tanta vita c’è anche tanta sofferenza, voglia di riscatto, tanta presenza di giovani e tante sfide da raccogliere. Tuttavia con una sproporzione di forze che sorprende: nel dialogo avuto con l’Arcivescovo e il Vescovo Ausiliare colpisce sapere che qui ci sono meno sacerdoti che a Cremona per una popolazione dieci volte più numerosa. Qui si realizza un meticciato di afro-americani,  indios, italiani, tedeschi, europei… un mondo in miniatura che esplode nella sua complessità e che richiama anche a noi che viviamo in Italia la necessità di fare i conti con il mondo. I due slogan che in Diocesi ci accompagneranno mi sono tornati in mente particolarmante vivi: “Un mondo di vangelo” e “Perchè ci sia vita in abbondanza per tutti”. A Cremona li abbiamo scelti per introdurre una riorganizzazione pastorale che non può essere soltanto viziata dalle nostre preoccupazioni di difenderci e conservare, ma che ci esorta a diventare davvero missionari. Non posso non ricordare con grande piacere la testimonianza che abbiamo ricevuto da tutti i nostri sacerdoti, anche da don Emilio Bellani, che ha ereditato una parrocchia ben impostata, con una chiesa bella e moderna, che sembra stridere tra le baracche della favela, ma che in realtà è un grande segno di speranza per tutta questa comunità di 30mila fedeli. Persone tentate, provocate e divise dalla presenza di chiese evangeliche, di sette e di ogni tipo di offerta religiosa anche sincretista. Dentro le contraddizioni un grande segno di speranza e di comunione ecclesiale di cui i nostri sacerdoti sono protagonisti. Il Movimento di Comunione e Liberazione è certamente la fucina da cui don Emilio e prima di lui altri sacerdoti hanno attivato questa coscienza missionaria. Ora – conclude mons. Napolioni – vedremo come accompagnare questa esperienza perchè non solo il Movimento, ma anche la Chiesa diocesana ne senta la corresponsabilità».

UN’ESPERIENZA CHE LA NOSTRA DIOCESI DEVE CONOSCERE

Nella favela di Salvador de Bahia dove opera don Bellani la comunità ha testimoniato grande affetto verso i nostri sacerdoti e corrispondenza nell’impegno di preghiera e di servizio sociale. «Abbiamo assistito al torneo dei ragazzi – racconta il Vescovo – a una serata con i giovani, addirittura a uno splendido concerto di un’orchestra giovanile che ha attirato persone che vivono in case poverissime, protagoniste di una momento di alto livello culturale. Insomma tutto un servizo all’uomo che è vissuto nel segno del Vangelo, che riempie di consolazione come le tante testimonianze di volontariato, di solidarietà – anche nascoste – che non si immagina di incontrare in realtà degradate agli occhi di chi è abituato a ben altri contesti».

Da un’esperienza particolare come quella missionaria in Brasile escono stimoli importanti anche per la nostra realtà diocesana, come sottolinea il vescovo Antonio: «Sarà importante in questo anno, che a Cremona avrà un’impronta particolarmente missionaria, capire come i tanti sacerdoti, laici, religiosi e religiose – nei decenni partiti per il mondo e che ora non riusciamo altrettanto a garantire – chiedano comunque a noi un rinnovamento perchè questo dono della fede cresce solo mettendolo a disposizione dei fratelli. Diceva S. Giovanni Paolo II: “La fede si rafforza solo donandola”. Questa estroversione della nostra Chiesa va rigenerata continuamente».
Mons. Napolioni anticipa quindi che non mancheranno occasioni, stimoli e  progetti da elaborare insieme, ascoltando ulteriormente l’esperienza di chi è partito e tornato. Non solo: possono essere anche realizzati cantieri di fraternità e scambio fra Chiese anche di breve durata, per qualche mese, per un campo di lavoro, per un’esperienza giovanile… proseguendo rispetto a iniziative già avviate, ma anche moltiplicandole perchè anche la nostra pastorale ordinaria sia aperta a questo mondo nel quale il vangelo è ben presente. Un mondo da riscoprire anche da noi come motore di un cambiamento che fatichiamo a realizzare da soli.

Anche l’incontro con i giovani della parrocchia di don Bellani – un incontro messo in parallelo con la realtà del Sinodo dei giovani della nostra diocesi – diventa un’esperienza da non dimenticare in diocesi di Cremona, come evidenzia il Vescovo: «In Brasile c’è la giovinezza del mondo in termini quantitativi perchè è impressionante vedere il numero di bambini, ragazzi e giovani nelle scuole, lungo le strade, che chiedono ai loro coetanei di aprire gli occhi, di non invecchiare precocemente. Un dialogo tra le realtà giovanili del mondo è stato avviato da tempo, attraverso le giornate mondiali della gioventù ad esempio. Non si tratta di creare ulteriori eventi ma di utilizzare quei canali di comunicazione che i giovani, con la tecnologia, conoscono meglio di noi e che permettono occasioni di incontro, scambio, “sogno” – come dice papa Francesco – dei quali abbiamo bisogno. Questo ci ricorda di non vivere il Sinodo dei giovani ripiegati su noi stessi, ma con le antenne ben alzate su ciò che accade anche a opera dello Spirito Santo in tutti i continenti».

 

Photogallery dell’ultimo giorno (17 luglio)

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