Intorno all’opera/23 – Nantes, la Cattedrale brucia

Sempre più fragile il patrimonio artistico da salvare
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Ci sono fiamme che bruciano più di altre, sono quelle che attaccano i simboli di una comunità e distruggono ricordi ed emozioni. Bruciavano tantissimo solo pochi mesi or sono le fiamme della cattedrale di Parigi. Nonostante la proverbiale antipatia tra le nostre due nazioni, ci hanno colpito quelle immagini. A distanza di poco più di un anno un altro simbolo dell’arte gotica francese in fiamme: la cattedrale di Nantes con il suo organo.

Non per essere di parte, ma la perdita oggettiva è solo quella del costo di una ricostruzione. Molte delle cattedrali che noi consideriamo gotiche e che pensiamo secolari sono frutto di ricostruzioni. Anche la cattedrale parigina era stata già offesa durante la Rivoluzione francese. La passione per il Medioevo espressa da Victor Hugo e la storia di Notre Dame de Paris le hanno ridato lustro. Molte statue della facciata non sono più quelle originali, ma valgono perché sono la testimonianza della storia.

Rimanendo in casa nostra l’articolo 9 della costituzione italiana afferma che “la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”; Tomaso Montanari, storico dell’arte e saggista commentando proprio l’articolo scrive: «Ciò che si voleva salvare, ricostruendolo, non era solo un cumulo di pietre, e nemmeno un’astratta bellezza: il “patrimonio” che era in gioco era, letteralmente, il retaggio dei padri, l’eredità delle generazioni che ci hanno preceduti. Potremmo dire, riprendendo e ampliando la metafora ruskiniana sul paesaggio, che il patrimonio delinea le fattezze del “volto della patria”: i costituenti dicono, infatti, con straordinaria lucidità ciò che spesso gli stessi storici dell’arte dimenticano, e cioè che il patrimonio non è la somma amministrativa dei musei, delle singole opere, dei monumenti, ma è una guaina continua che aderisce al paesaggio – cioè al territorio “della Nazione” – come la pelle alla carne di un corpo vivo. Il patrimonio diffuso è la forma dei nostri luoghi, è una indivisibile fusione tra arte e ambiente, è un tessuto continuo di chiese, palazzi, strade, paesaggio, piazze. Non una specie di contenitore per “capolavori assoluti”, ma proprio il contrario, e cioè la rete che congiunge tante opere squisitamente relative, e che hanno davvero un significato (artistico, storico, etico, civile) solo se rimangono inserite in quella rete. Il paesaggio e il patrimonio sono dunque un’unica cosa: e sono l’Italia, della quale costituiscono, inscindibilmente, il territorio e l’identità culturale».

La facilità con la quale le cattedrali bruciano, i terremoti sconquassano e fanno crollare le chiese (non dimentichiamo il crollo della volta della Basilica di S. Francesco ad Assisi nel 1997) mettono a nudo tutte le nostre insufficienze culturali, i nostri limiti, la nostra difficoltà di capire.

I monumenti sono fragili e hanno bisogno di cure. Sono corpi vivi, e possono morire. E allora bisogna amarlo, questo patrimonio: finché c’è. E amarlo vuol dire conoscerlo, visitarlo, studiarlo: e finanziarlo. Come non si è fatto per molte chiese del nostro territorio e come succede in tutta Italia. Serve secondo la lezione di Giovanni Urbani: un programma di conservazione dei nostri straordinari beni.

a cura di don Gianluca Gaiardi
incaricato diocesano dei Beni Culturali

(Fonte: TeleRadio Cremona Cittanova)

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