Intorno all’opera/20 – Genovesino, l’altare di San Rocco

L'opera custodita nella Cattedrale di Cremona è stata scelta come immagine simbolo per gli esercizi dei vescovi lombardi dopo il Covid
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La prossima settimana i vescovi delle dieci diocesi lombarde saranno impegnati negli annuali esercizi spirituali, credo sia bello accompagnarli con la nostra preghiera, oltre che con il nostro affetto. Pastori non risparmiati dalle prove della vita e chiamati  a guidare le Chiese del territorio lombardo, messo così duramente alla prova dalla pandemia.

L’opera scelta per questa settimana campeggia sulla copertina del libretto della liturgia che accompagna i loro esercizi spirituali. È una piccola tela che guarnisce l’imponente ancona dell’altare nel transetto nord della nostra Cattedrale, dedicato al santo taumaturgo Rocco. Opera del Genovesino, realizzata come ex voto dopo la peste del 1630. Al centro campeggia la più antica statua di S. Rocco, attorno l’artista ligure – ma cremonese d’adozione – incastona nell’ancona dorata dieci tele realizzate intorno al 1646 e che raccontano i principali episodi della vita del santo, tra questi la segnatura del cardinale. Si narra infatti che S. Rocco all’arrivo a Roma si sia recato all’ospedale del Santo Spirito, ed è qui che sarebbe avvenuto il più famoso miracolo di San Rocco: la guarigione di un cardinale, liberato dalla peste dopo aver tracciato sulla sua fronte il segno di Croce.

Mi piace pensare che anche i Pastori hanno bisogno delle preghiere e dei gesti di vicinanza dei fedeli, come ben ci ricordano le parole del vescovo di Pinerolo mons. Derio Olivero, che raccontando della sua dura prova vissuta in ospedale a causa del covid, così dice: «È stata un’esperienza davvero dura e ho camminato due o tre giorni con la morte, lucidamente con la morte. Però ne sono fuori e quindi sono grato, felice.
La cosa più bella che voglio dire è che ho sentito un’enorme vicinanza della gente, di tutta la mia diocesi e dei miei amici. Quando si è di fronte alla morte mi sono reso conto di questo: sono stato due giorni, non so, due giorni e mezzo lucidamente con la certezza di poter morire e mi sono reso conto che due cose contano. Due: la fiducia in Dio e le relazioni. La fiducia in Dio non mi ha abbandonato. Anzi, grazie a quella, sono stato sereno dal primo giorno fino ad oggi. E le relazioni, gli affetti. Tutto il resto crolla. Io credo ai segni dei tempi. Ovviamente questa malattia non è stata mandata da Dio, ma anche in questa pandemia Dio parla e dobbiamo capire che cosa ci dice».

Come ci chiede la lettera agli Ebrei: «Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio» (13,7) preghiamo per i nostri vescovi, loro pregano per noi.

a cura di don Gianluca Gaiardi
incaricato diocesano per i Beni Culturali

(Fonte: TeleRadio Cremona Cittanova)

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