Intorno all’opera/18 – Sacro Cuore (installazione)

Un'opera suggestiva e profonda di don Giuliano Zanchi, che guarda al Cuore di Cristo dopo il passaggio della malattia
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Per la Solennità del Cuore di Gesù prendo in prestito le parole di don Giuliano Zanchi, sacerdote, saggista, scrittore di un libro proprio sulla devozione al Sacro Cuore, per raccontare, anche in questo periodo, l’arte delle installazioni. Non ne abbiamo ancora parlato in questa rubrica, eppure vanno così di moda in questi anni.

«Chi mi conosce bene sa che per indole non sono molto incline a certe espressioni della vecchia religione devota. Non si tratta di un dispregio a prescindere. Semplicemente non riesco a farne la forma adeguata del mio senso religioso. Me ne interesso per ragioni di studio, specie quando esse hanno a che fare con le immagini, come traccia di quella rete simbolica che ancora per i nostri nonni era un ossigeno da respirare realmente. Lavorando in un museo ho spesso maneggiato degli oggetti, un tempo legati a una intensa trama di forze spirituali, che ora ci appaiono nel loro mero significato estetico, come quelle piccole tavolette dipinte con ingenuità o quelle placche di forma corporea con cui gente anonima implorava o ringraziava Dio, o più spesso la Madonna, per via di una rischiosa calamità personale. Le osservo con ammirazione mista a disincanto. Eppure, uscito senza troppe conseguenze da una settimana di “influenza” e reduce da quaranta giorni di assistenza paramedica ai miei familiari, non ho resistito dal conservare la mia mascherina verdognola, una confezione di tachipirina, dei guanti di lattice e il plico di foglietti su cui in quelle settimane ho annotato dei pensieri, per infilare tutto in un sacchetto di plastica trasparente che ho appeso al muro di casa come un ex voto dopo questi giorni difficili. Non ho pensato di dover ringraziare Dio per la guarigione di chi mi sta a cuore (significherebbe incolparlo indirettamente della morte di altri). Tuttavia ho sentito che non potevo riprendere salute intascandola semplicemente senza alcun senso di debito, come si raccoglie un mazzo di chiavi che ci è caduto dalle mani, ma dare un nome a quella non-ovvietà cui dobbiamo il nostro essere ancora qui. Qualunque esso sia, è per grazia ricevuta».

(in Lettere dalla tempesta, pubblicato alla comunità di Longuelo per finanziare il fondo solidarietà del quartiere)

a cura di don Gianluca Gaiardi
(incaricato diocesano per i Beni Culturali)

(Fonte: TeleRadio Cremona Cittanova)

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