«Il lavoro tra precarietà e vocazione creativa», la riflessione di don Bruno Bignami per “Vocazioni”

Il sacerdote cremonese direttore dell'Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro guarda al rapporto tra i giovani e il mondo del lavoro in un articolo sulla rivista dell'Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni
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«Come può il messaggio evangelico incrociare il mondo del lavoro?» nell’epoca della precarietà e della rivoluzione digitale. «Dov’è l’attività della Provvidenza in una pianificazione necessariamente strategica e oculata (nulla è lasciato al caso nella formazione delle competenze)?». Da domande come queste muove la riflessione di don Bruno Bignami, sacerdote cremonese direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei, pubblicata dalla rivista “VocazionI“.

Nell’articolo intitolato “Essere per gli altri – Il lavoro tra precarietà e vocazione creativa” don Bignami parte dalla rilettura del passaggio evangelico «”Guardate come crescono i fiori dei campi: non lavorano, non si fanno vestiti…” (Mt 6,28): la frase di Gesù – osserva – apre gli occhi sulla Provvidenza del Padre che nutre la vita e agisce creando. Non è un invito a non lavorare, ma semmai a riconoscere che non tutto dipende dall’uomo!».

Il richiamo all’azione della Provvidenza provoca un approfondimento che riguarda da vicino i temi del lavoro oggi: «Non è che tra un disoccupato e un ipotetico posto di lavoro ci sia solo da colmare una distanza fisica! Sarebbe, infatti, sufficiente indicare al lavoratore dove si trova il lavoro che fa al caso suo, favorirne l’incontro e il gioco è fatto! In realtà, le cose sono molto più complicate. Il problema è che per un lavoro che si prospetta attraente è necessario prepararsi, dedicarvi ore di formazione, elevarsi e raggiungere le competenze richieste da quel posto di lavoro! Niente di più programmato, anche in questo caso».

«C’è un aspetto che oggi spiazza gli addetti ai lavori in campo educativo ed economico-sociale – osserva don Bruno – E’ innanzi tutto il fatto che i giovani sembrano disinteressati alla questione temporale. […] Capita spesso di sentire giovani preoccupati di avere un impiego adeguato, all’altezza dei propri studi, capace di offrire risposte al proprio stare al mondo, molto più che della sua durata nel tempo. La precarietà è meno drammatica rispetto all’inutilità. La flessibilità fa meno paura dell’isolamento sociale».

Un punto di vista che muove l’attenzione verso il centro della questione lavoro, e del rapporto delle giovani generazioni con la professione: «Oggi la precarietà attraversa il dramma di molti giovani quando li riduce a “scarto sociale”. Sperimentare forme di esclusione e di emarginazione non finisce solo per fagocitarli nel numero dei disoccupati, ma – come ricorda l’esortazione apostolica Christus vivit – recide nei giovani la capacità di sognare e di sperare e li priva della possibilità di dare un contributo allo sviluppo della società” (ChV270)».

Per questo il sacerdote cremonese sottolinea l’importanza di un approccio generativo e creativo: «Più che attendere il lavoro, è fondamentale crearlo mettendosi in gioco».

Ma non solo. «La seconda istanza che affascina i giovani è far divenire il lavoro esperienza di collaborazione umana. La cooperazione, la generatività condivisa, il progettare insieme, la capacità di connettere idee nate a chilometri di distanza tra loro ma in grado di dischiudere prospettive di futuro, affascinano molto di più della meccanicità solitaria, del genio isolato e perciò incompreso. Per capire il valore di una proposta non basta pensarsi superiori agli altri. Si tratta anche di vivere esperienze comunitarie, capaci di creare socialità».

Indicando alcuni esempi il direttore dell’Ufficio lavoro della Cei propone il modello di «giovani che si ingegnano e si mettono in gioco, fanno squadra e si pensano al servizio. La loro vocazione non è solo quella di rendersi utili. Contribuiscono all’opera creatrice di Dio. Impreziosiscono i luoghi e le relazioni. Contestano un’economia che riduce tutto a merce, per valorizzare le persone. Il lavoro apre nuove strade di risposta al progetto di Dio. Nessun uomo e nessuna donna possono pensarsi come macchine di produzione. La vita umana è sempre fedeltà creativa…»

 

(Fonte: TeleRadio Cremona Cittanova)

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