Don Maurizio Lucini: “Dio è nei gesti d’amore di chi cura i malati rischiando la vita”

La testimonianza di uno dei cappellani dell'Ospedale "Maggiore": "Non solo i malati, anche medici e infermieri hanno bisogno di noi". "In tanta sofferenza Dio c'è: è nei loro gesti d'amore"
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Salgono a 828 i casi di contagio nella città di Cremona, ma – i dati sono aggiornati a domenica 22 marzo – sono 2.895 i contagiati in tutta la provincia; 321 i decessi. Intanto venerdì 20 marzo è stato inaugurato a Cremona il primo ospedale da campo in Italia, allestito in tempi da record nello spazio antistante il nosocomio cittadino, il “Maggiore”, e donato da Samaritan’s Pursue, organizzazione umanitaria evangelica statunitense che ha messo suoi medici e sue attrezzature a disposizione di una delle aree più colpite dal Coronavirus.

Dopo un mese di emergenza, il “Maggiore” è infatti al collasso con quasi un centinaio tra medici e infermieri positivi al Covid-19 e dunque in isolamento. Sabato, con il primo paziente in terapia intensiva, la nuova struttura è diventata operativa. Composta da 15 tende, a regime avrà 60 posti letto, di cui 8 in terapia intensiva/rianimazione e 60 operatori fra medici e sanitari, un laboratorio analisi e una sala per le radiografie. Ringraziando istituzioni italiane, protezione civile, esercito e aeronautica, “e tutti gli uomini e donne” che hanno aiutato ad allestire in tempi brevi l’ospedale, Eric Timmens, team leader della Ong, ha detto: “Grazie a loro possiamo cominciare ad aiutare nel nome di Gesù Cristo”.

“Una notizia confortante questo ospedale dentro un ospedale.

Una testimonianza di carità e soprattutto di ecumenismo dal basso”,

dice don Maurizio Lucini, incaricato diocesano per la pastorale della salute e assistente spirituale al “Maggiore”. “Non ci hanno donato solo attrezzature ma anche medici. Stanno cercando un interprete e un nostro prete che parla bene l’inglese si è offerto per svolgere lì il servizio di cappellano”, racconta al telefono don Maurizio, con la voce spesso spezzata dai colpi di tosse. Mercoledì 11 marzo è risultato positivo al tampone e messo in quarantena.

 

Don Maurizio, come si sente?
Sono assistente spirituale dell’hospice e del reparto infettivi del “Maggiore”. Purtroppo mi sono preso questo virus maledetto quasi subito. Ho avuto qualche linea di febbre, dolori e tosse, però la respirazione grazie al cielo è sempre stata buona. Non è mai subentrata una polmonite. Tra due giorni, mercoledì, dovrebbero richiamarmi per fare il tampone. Tuttavia, nonostante io ne sia stato colpito in forma lieve, ho compreso tutta la cattiveria di questo virus”.

Quando ha saputo di essere positivo ha avuto paura?
All’inizio un po’ sì, sinceramente, perché ho visto in quali condizioni versavano i malati che arrivavano in pronto soccorso. Drammatiche. Ora il nostro vescovo ne sta uscendo con molta pazienza, molti preti si sono ammalati e qualcuno è morto. Ho avuto timore per me, ma soprattutto timore di sottrarre un letto a qualcuno che poteva averne bisogno più di me.

Ora non vedo l’ora di tornare dai miei malati.

Quanto è importante la vostra presenza?
Noi cerchiamo di esserci, per i malati ma anche per gli operatori sanitari. Medici e infermieri si sfogano e ci chiedono: pregate per noi, abbiamo bisogno del vostro sostegno perché di di fronte alla gravità di questo dramma ci sentiamo impotenti.Abbiamo però difficoltà ad accedere alla terapia intensiva. Un mio collega è stato chiamato dai familiari di un paziente e gli operatori lo hanno accolto, ma per avvicinarsi ai malati occorre bardarsi con camice, mascherina, guanti, cuffia e occhiali che andrebbero cambiati in ogni stanza. Materiale prezioso, non sempre disponibile e che si rischierebbe di sottrarre a medici e infermieri.

Nelle stanze invece?
Le prime settimane, prima di ammalarmi, d’accordo con i sanitari sono sempre entrato nelle stanze degli infettivi che ne avevano fatto richiesta, ma poi passavo in tutte le stanze. Ora non so che situazione troverò, non so se potrò continuare a farlo.

Che cosa chiedono i malati?
Nella maggior parte dei casi indossano la mascherina per l’ossigeno e quindi fanno fatica a parlare. I dialoghi duravano pochi minuti, la visita era necessariamente molto veloce per le loro condizioni e per la frenesia che c’è in reparto, ma era evidente la loro gioia nel vedermi, nel poter fare una breve preghiera e ricevere una benedizione.

Sono molto soli?
In camera sono generalmente in due. Pur senza potersi parlare si avverte tra loro una sorta di solidarietà.

Dov’è Dio in tanta sofferenza?

Dio c’è: è nei gesti d’amore di medici e infermieri che rischiano di ammalarsi e anche di dare la vita pur di assisterli.

E non si tirano indietro. Entrando in quelle stanze, noi non facciamo altro che mettere un sigillo su quanto c’è già.

I pazienti sono tutti anziani?
La maggior parte sì, ma ho visto persone di 40 anni e anche più giovani.

E come muoiono?
Di solito soli. Le salme vengono portate in obitorio ma anche la cappella attigua ha dovuto accogliere diversi feretri. Li ho potuto benedire solo una volta deceduti-.

Da una parte all’altra della barricata: prima cappellano poi malato. Che cosa le ha insegnato questa esperienza e che cosa desidera di più?
Non vedo l’ora di riprendere il mio servizio in ospedale. L’esperienza che ho fatto, anche se in forma lieve, mi ha permesso di comprendere un po’ meglio la paura, il dolore, la fatica e la solitudine di questi ammalati e mi ha insegnato che

bisogna affidarsi alle mani degli uomini e alle mani di Dio.

Giovanna Pasqualin Traversa

(Fonte: AgenSir)

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