Don Emilio Bellani in Italia: «In Brasile l’emergenza Covid non cancella i segni di umanità»

Il sacerdote fidei donum è tornato da Salvador de Bahia per un mese di vacanza e racconta come vive questo momento la sua comunità parrocchiale nel Paese sudamericano
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Don Emilio Bellani, sacerdote cremonese fidei donum a Salvador de Bahia da dieci anni, è tornato in Italia per un mese. Lo abbiamo raggiunto al telefono mentre trascorre i quattrodici giorni di quarantena disposti come misura precauzionale per chi arriva dal Paese sudamericano.


«Abituato alla quotidianità brasiliana – spiega – non sono più avvezzo alla solitudine. La prima settimana è passata: ho letto molto e mi sono riposato. Devo ringraziare l’amico don Alberto Mangili che mi ha ospitato in un monolocale della Cascina Moreni. Sono da solo, ma l’appartamento è confortevole e il frigorifero pieno di cose buone da mangiare. La settimana prossima spero di riuscire ad andare a fare qualche bella passeggiata in montagna per uccidere un po’ la nostalgia».
Al telegiornale si sentono notizie molto preoccupanti dal Brasile. Come è la situazione?
«Non è facile descriverla, perché la società è molto composita e varia tantissimo da stato a stato. Inoltre i dati numerici vengono distorti da considerazioni politiche e sono spesso inaffidabili. La gente ha paura, anche per tutte le notizie che trasmettono in tv. Non si sentono molte ambulanze, perché chi si scopre positivo resta in casa quattordici giorni e spesso non sviluppa sintomi. Negli ospedali vanno solo i più gravi, soprattutto a causa di patologie pregresse. C’è poi un aspetto che giudico estremamente positivo e mi fa ben sperare: il sindaco della città e il governatore, di opposta posizione politica, collaborano per cercare di gestire al meglio la situazione e la gente, ovviamente, apprezza».
Come stanno rispondendo a questa emergenza i suoi parrocchiani?
«Ammetto che il loro virtuosismo va oltre le mie più rosee aspettative. Dal lunedì al venerdì le strade sono quasi deserte e tutti cercano di rispettare le regole. Poi il fine settimana si entra in un’altra dimensione e le persone si riversano nelle strade. Ma non dobbiamo pensare ad un comportamento irresponsabile. Prima di giudicare bisogna sempre conoscere la situazione. Qui le abitazioni sono fatiscenti, piccole, spesso senza finestre e all’interno di un bilocale possono vivere famiglie numerose. È impensabile vivere chiusi in case del genere. Qui la strada è parte integrante della casa. Poi non si può ignorare il loro bisogno di fisicità, la loro esigenza di prossimità, di contatto fisico».
Immagino che ora più che mai la gente avrà bisogno di aiuti concreti.
«Assolutamente sì. Non abbiamo smesso la distribuzione delle ceste basiche (pacchi con generi alimentari di prima necessità) e prima della mia partenza la sala della casa parrocchiale era piena di ceste pronte per la distribuzione. È stato poi un periodo di forti piogge. Non ho mai visto in dieci anni tanta pioggia. L’acqua piovana ha spesso inondate le case e abbiamo dovuto aiutare tante famiglie a comprare materassi e mobilio nuovo. Gli aiuti provenienti da tanti amici italiani sono essenziali. Ma per fortuna gli aiuti arrivano dallo stato e dal sindaco. Negli ultimi mesi abbiamo iniziato girare per le strade, dove l’automobile riesce a passare, per distribuire dolcetti ai ragazzini. Ci sembra un buon modo per dire che ci siamo, anche se non possiamo fare di più per il momento. Cerchiamo in tutti i modi di mantenere vivo il rapporto».
Come fate a capire chi ha più bisogno della cesta basica o di altri aiuti?
«Abbiamo negli anni lavorato per costruire e mantenere rapporti personali con tutti, cattolici e non. Siamo andati sempre casa per casa, incontrando le persone per le strade. Questo ci ha permesso di conoscere a fondo ognuno di loro. In questi mesi accogliamo singolarmente chi può ricevere la cesta. Li ascoltiamo, diamo un consiglio… Tanti sono caduti in depressione, hanno paura. Il rapporto umano è importantissimo, ora più che mai».
Ha un episodio bello da raccontarci?
«Anche in mezzo ad una certa trascuratezza abbiamo visto la grandezza umana di tante persone che si cercano, si aiutano e si sostengano. Sono persone che sanno piangere e gioire insieme. Sappiamo di persone che ricevono alimenti da noi e subito li dividono con il vicino messo peggio. O che con gli aiuti ricevuti cucinano per tutto il vicinato. Sono contraddizioni che fanno capire la grandezza del cuore e ci dimostrano come sia per loro inconcepibile il distanziamento sociale».
In questi mesi anche i rapporti con l’Italia sono stati intensi.
«Eravamo preoccupati. Ci siamo sempre tenuti ben informati per stare vicini a voi in Italia. La situazione a Salvador non è così drammatica come lo è stata in Lombardia. Purtroppo questa pandemia ha sospeso – ma mi auguro solo rimandato – la partenza dei giovani che desideravano passare qualche settimana da noi. Avevamo già cominciato a organizzare qualche attività. Aspettiamo tempi migliori».

Chiara Allevi

(Fonte: TeleRadio Cremona Cittanova)

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