Amci, dal cardinal Menichelli la ricetta per una medicina «samaritana» (Audio e Foto)

Il Porporato è intervenuto sabato 15 febbraio al convegno promosso dall'Associazione italiani medici cattolici, alla presenza anche del presidente nazionale Boscia
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La professione sanitaria è chiamata a operare in un contesto operativo culturalmente, socialmente ed eticamente molto mutato. Come dunque deve cambiare il professionista? È la domanda a cui si è cercato di dare risposta nel convegno promosso nella mattinata di sabato 15 febbraio a Cremona, presso la sede dell’Ordine dei medici.

I lavori sono stati introdotti e moderati dal dottor Gianluigi Perati, presidente Amci Cremona e medico presso l’Istituto Vismara-De Petri di San Bassano, enti promotori dell’evento.

Dopo i saluti iniziali – da parte del dottor Giuseppe Carnevale, in rappresentanza dell’Ordine dei medici di Cremona, e del vicario generale della Diocesi di Cremona don Massimo Calvi – il dottor Bruno Franzini ha presentato il Comitato etico «San Giuseppe Moscati» (di cui è vicepresidente) e le finalità.

Il problema e la risorsa delle professioni sanitarie oggi – tema del convegno – è stata presentata nell’intervento dell’incaricato diocesano per la Pastorale della salute, don Maurizio Lucini, che ha invitato tutti i professionisti a riscoprire le motivazioni che hanno spinto a iniziare questa avventura.

Ha quindi aiutato a entrare nel vivo dei lavori congressuali l’articolata relazione del presidente nazionale dell’Amci, professor Filippo Maria Boscia, che ha fotografato l’attuale situazione in ambito sanitario, radicalmente mutata negli ultimi anni. «I professionisti della sanità non godono più di un conclamato riconoscimento professionale, sociale ed economico», ha esordito il direttore del Dipartimento materno-infantile dell’azienda ospedaliera di Bari – Ospedale Di Venere. Il suo intervento ha cercato di fotografare la situazione, caratterizzata da un lato dall’ipertrofia burocratica, dalla tirannia del budget e dalla produttività clinica; dall’altro da una accanita sorveglianza mediatica sui fenomeni di malasanità e dal facile ricorso alle vie giudiziarie secondo gli eccessi della cultura del «fare causa». Secondo il professor Boscia sono questi i fattori principali che sviliscono e compromettono quella che è una delle professioni più importanti, più difficili e più nobili del mondo, visto che nascere, vivere, soffrire e morire sono esperienze totalmente medicalizzate.

La società sta cambiando e la medicina sta cambiando. Così come il rapporto – spesso minato dal «dottor Google» – tra il medico e il paziente, ormai cittadino/utente anziché paziente. «Tutti chiedono al medico – ha affermato ancora il presidente nazionale Amci – competenza, disponibilità e comprensione: egli infatti deve occuparsi non solo della malattia, ma anche del malato; non solo della biologia, ma anche della biografia dei pazienti. Ma non c’è solo la deontologia del medico verso il malato: ci deve essere anche quella del malato e soprattutto dei suoi cari verso il medico».

Ma sotto la lente non c’è stata solo la figura del medico. L’infermiera Maria Grazia Bensi, membro del Consiglio OPI della provincia di Cremona, ha aiutato a comprendere come e quanto è cambiata la figura e il ruolo dell’infermiere. Un excursus storico arrivato sino al recente codice deontologico delle professioni infermieristiche, nel quale la Bensi ha ricordato come le competenze di un infermiere debbano essere tecniche e insieme educative e relazionali, nella consapevolezza che il paziente concederà di aiutarlo solo se si sentirà al sicuro.

Si è fatto quindi un salto in Africa con la testimonianza del dottor Alberto Rigolli, ginecologo, direttore facente funzione del reparto di Ostetricia e Ginecologia del presidio ospedaliero Oglio Po di Casalmaggiore, che più volte ha prestato servizio all’estero con l’associazione Cuamm–Medici con l’Africa. Impressionanti i dati forniti dal medico cremonese: se in Italia non bastano 250mila medici per una popolazione di circa 60milioni di abitanti, in Sierra Leone va sicuramente peggio: a fronte di 6milioni di persone, infatti, i medici sono solo circa 250. Forse non è però questo il dato che più ha colpito nella sua relazione: se nel nostro Paese si registra una mortalità materna ogni 100mila parti, in Sierra Leone il dato è di 1.800 volte superiore.

Eppure, anche a fronte di una situazione del genere, qualcosa di roseo c’è. Non solo grazie alla disponibilità garantita con professionalità di tanti volontari come Rigolli, ma per il contributo che, attraverso associazioni come il Cuamm, porta ad allestire ospedali, formare personale locale e consolidare quella rete sanitaria che non può prescindere dai villaggi, da cui le donne fanno fatica a spostarsi. Tanto si può e si deve fare in questo Paese, dove davvero la vita e la morte sono profondamente legate. Così riescono ad assumere un ulteriore valore positivo le jeep–ambulanze donate a fronte dell’emergenza ebola e che, ormai in disuso, sono state riconvertite per dare avvio a un progetto locale di 118. Foto e video hanno testimoniato la situazione in quella terra, che Rigolli ha invitato a visitare da parte dei giovani medici italiani, per tornare al lavoro con uno spirito di sicuro diverso.

Ha quindi chiuso il convegno l’intervento del cardinale Edoardo Menichelli, che ricopre a livello nazionale l’incarico di assistente ecclesiastico dell’Amci, e ha invitato a «svegliarsi dal sonno» di fronte a cambiamenti che toccano la dignità di uomini e di donne, sino ad arrivare ad una vera e propria «rivoluzione culturale». Il Porporato ha quindi invitato gli operatori sanitari ad arricchire la propria professionalità non solo di conoscenze e qualità, ma anche con la capacità di farsi prossimi al malato, in una sorta di «medicina samaritana». In questo senso ha letto la professione come «vocazione». In altre parole: «servizio» e «amore dato». E ha aggiunto: «Vorrei che vostra professione diventasse un atto adorativo. Non vi chiedo la fede, ma vorrei che vi accostaste dell’uomo adorando il mistero che quella carne si porta addosso, oltrepassare l’involucro». Per arrivare a un ulteriore passo: vedere nell’altro una «presenza misteriosa». Il Cardinale non ha mancato di offrire alcuni suggerimenti, come il crescere nell’arte del consolare insieme a quella del curare o la raccomandazione di non pensare a una sorta di onnipotenza della medicina. Monsignor Menichelli ha anche voluto mettere in guardia dalla tentazione di cadere in un’etica solo legalistica, affermando con forza che «sulla vita nessuno ha proprietà».

 

Photogallery del convegno

(Fonte: TeleRadio Cremona Cittanova)

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