Domenica della Parola di Dio, un’occasione per rimettere l’ascolto al centro della realtà

“Beato chi ascolta la Parola di Dio!” (cf. Lc 11,28). È questo il titolo scelto da Papa Francesco per la Domenica della Parola di Dio che quest’anno ricorre il 23 gennaio.

Il titolo si rifà alla famosa e più ampia beatitudine del Vangelo di Luca dove  a una donna che esclama: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato», Gesù risponde: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!». È evidente che la beatitudine evangelica unisce l’ascolto della Parola di Dio con la sua messa in opera. Il Papa però intende richiamare l’attenzione sulla sua prima parte. Indubbiamente l’agire con coerenza è un valore, ma a condizione che la decisione sia saldamente e autenticamente fondata su un ascolto assiduo, attento e fedele della Parola di Dio. Come spiega mons. Rino Fisichella: «L’esistenza cristiana si caratterizza per l’ascolto della Parola di Dio. In essa viene offerto un senso così profondo che aiuta a comprendere la nostra presenza tra le alterne vicende del mondo. Sarà sempre una lotta dura tra quanti aderiscono alla Parola e quanti vi si oppongono. Edulcorare questa condizione potrà dare ai cristiani un ruolo sociale più remunerativo, ma li renderà insignificanti, perché alla fine resteranno “muti” e soggiogati».

Non si tratta perciò di incoronare l’ascolto della Parola come momento “introduttivo” (e sbrigativo) all’agire o ancor peggio a tutte le riunioni di sorta… È certamente accresciuta nelle comunità cristiane una certa familiarità con la Parola di Dio, ma nella vita ecclesiale soffriamo ancora di una profonda frattura tra “pastorale” e “Parola di Dio”, “catechesi” e “Parola di Dio”, “teologia” e “Parola di Dio”… come ambiti diversi, a volte affiancati, ma poco comunicanti. Mondi ancora troppo paralleli.

Sarebbe imperdonabile nella prassi pastorale abituarsi a riservare “un posto d’onore” alla Parola di Dio, ponendola come su un podio: ammirata, celebrata, “ascoltata”… ma appunto anche confinata a preambolo introduttorio, o magari ridotta ad alimento per una “spiritualità” intesa come altro e lontana dalla realtà. Significherebbe tradire un autentico ascolto della Parola di Dio che non può essere privo di forza e di dirompente concretezza. L’ascolto è un requisito permanente della vita di fede: va custodito di continuo, esteso ad ogni ambito del vivere perché la testimonianza cristiana non è la gran cassa del nostro agire, ma il sublime canto della Parola che nella sua comunità si fa carne e vivifica il popolo in cui ha posto le sue radici.

Per meglio celebrare la Domenica della Parola, il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione ha approntato un apposito sussidio a cui vale la pena dare un’occhiata. In una cinquantina di pagine si trovano vari suggerimenti che spaziano da momenti liturgici, a riflessioni utili per la catechesi e l’omelia, a iniziative da mettere in campo. Il tutto è suddiviso in tre ambiti: la Parola di Dio in Comunità, la Parola di Dio in Famiglia, la Parola di Dio nella preghiera personale. Una appendice è poi dedicata al tema più generale: Chiesa e Parola di Dio.

Don Maurizio Compiani
Incaricato diocesano Apostolato Biblico

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“Insieme si arriva lontano”, Giornata diocesana del Seminario. Il messaggio del Vescovo: «È la strada il luogo della missione»

La terza domenica di Avvento per la Chiesa cremonese segna tradizionalmente la Giornata del Seminario. La figura di Giovanni Battista che indica Gesù, e che il Vangelo di questa domenica mette al centro, viene presa quale esempio per i seminaristi che diventeranno preti e ai quali spetterà il compito di indicare alle comunità cristiane la presenza del Signore.
«Insieme si arriva lontano. Li inviò a due a due davanti a sé» sottolinea il titolo della Giornata diocesana di quest’anno. Un tema ripreso anche dal vescovo Antonio Napolioni nel messaggio dedicato proprio a questa occasione che riprendiamo dall’ultima edizione del periodico del Seminario “Chiesa in Cammino”.

 

Sono felice che la comunità dei nostri giovani seminaristi abbia proposto questo tema per la giornata del Seminario di quest’anno. Sì, perché la strada è il vero scenario della nostra vita, più della casa e persino della Chiesa.
La strada è quella tracciata nel tempo, di generazione in generazione, come teatro della rivelazione di Dio, che si è messo per primo in viaggio verso l’oggetto del suo amore: il creato, l’umanità.
La strada è la parabola della vita, lungo la quale c’è da imparare a camminare, ad incontrare, a fermarsi per riprendere forze, a scorgere l’orizzonte per non smarrire la meta, ad arrivare e gioire, insieme agli altri.
La strada è il luogo della missione, come Gesù stesso ci insegna, lui che incontrando chiamava, fermandosi insegnava… e guariva chi gli trafiggeva il cuore di compassione. Perché sulla strada, anche nostra, non mancano feriti ed emarginati.
Sulla strada il Signore ha messo la Chiesa, inviando i discepoli non a titolo privato, come se dovessero diventare eroi, ma “a due a due” perché il primo segno di credibilità del loro annuncio fosse lo stile fraterno e di condivisione con cui vivevano, anche le piccole cose.
Su questa strada si misura anche l’oggi e il domani delle comunità cristiane cui è affidato il vangelo del Regno. Perciò facciamo un cammino “sinodale”, per ascoltarci e capirci intorno alla comune ricerca della volontà di Dio, che rende il futuro affascinante e non minaccioso. E per questo rinnoviamo i diversi percorsi formativi, dai quali ci aspettiamo animatori e ministri di comunione nella Chiesa e di solidarietà nella società. La vita quotidiana del Seminario di Cremona ne è un bel cantiere, e benedico il Signore che ispira ai preti e ai giovani in cammino il coraggio della schiettezza, la pedagogia della libertà, il desiderio della fraternità.
Ringrazio anche tutti coloro che, in vari modi, amano e sostengono questo cuore pulsante della nostra Chiesa locale, che oggi è pieno anche di ragazzi che vanno a scuola, di sacerdoti che pregano e servono, di scommesse educative e storie di semplice umanità. Preghiamo il Signore che la sua chiamata continui a colmare di fiducia e generosità l’animo di tanti giovani, perché “mandandoli a due a due davanti a sé”, indichino a tutti noi le orme del Risorto.

+ Antonio, vescovo

 


La quotidianità in via Milano, tra studio, preghiera e incontri nelle parrocchie

La vita ordinaria di Seminario è organizzata nei quattro ambiti della formazione: scuola, formazione umana, preghiera, pastorale. Dal lunedì al giovedì, nella mattinata, la comunità si sposta a Lodi per frequentare le lezioni dei corsi scolastici insieme ai seminaristi di Crema, Lodi, Pavia e Vigevano. I principali corsi si occupano di approfondire la teologia, la sacra scrittura, la filosofia, il diritto canonico, la liturgia e la storia. I pomeriggi e le serate sono a disposizione per approfondire la propria formazione umana e le relazioni all’interno della vita comunitaria.
La giornata è scandita dai momenti di preghiera che vengono vissuti al mattino e alla sera pregando insieme la liturgia delle ore e celebrando l’Eucarestia, settimanalmente l’adorazione eucaristica e mensilmente il ritiro spirituale. Annualmente, insieme ai seminari di Crema, Lodi, Pavia e Vigevano sono organizzati gli esercizi spirituali. Ognuno durante la giornata ha anche tempo per dei momenti di preghiera personale e il confronto con il padre spirituale. Settimanalmente, poi, si vive un momento di condivisione della Parola della domenica che una volta al
mese è condiviso, a coppie, con alcuni presbiteri della diocesi.
Il fine settimana i seminaristi raggiungono le varie parrocchie della diocesi dove sono impegnati nella formazione pastorale, dove sono inseriti nelle proposte parrocchiali.

GUARDA I VIDEO CHE RACCONTANO LA VITA DEL SEMINARIO

 

Chiesa di casa incontra la comunità del Seminario




Don Pozza a Romanengo: «La fede è la nostra storia d’amore con Dio»

Nella serata di giovedì 2 dicembre si è svolto presso la chiesa parrocchiale dei santi Giovanni Battista e Biagio vescovo di Romanengo  l’ultimo appuntamento del ciclo di incontri “Con il suo sguardo”, organizzato dai giovani della parrocchia.

Ospite della serata Don Marco Pozza, dottore in Teologia, sacerdote di strada, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova, scrittore, conduttore tv noto per le sue interviste a Papa Francesco.

Tema dell’incontro: «Credo. Non credo. Perché dovrei credere?»

Ha introdotto la serata un momento di preghiera guidato dai ragazzi della parrocchia di Romanengo che ha introdotto l’intervento di don Marco aperto con una riflessione sul Vangelo della  genealogia di Gesù: «Bisogna riconoscere che la Genealogia di Gesù è spaventosa» ha detto.

Il sacerdote ha voluto iniziare commentando questi versetti per far capire che Dio ha fatto nascere Gesù in una famiglia umile e imperfetta nella quale tutti possono rispecchiarsi. «La maggior parte delle sere, per arrivare a Cristo sbaglio spesso strada come uomo e come prete… Leggo il Vangelo di Matteo e guardo in faccia questa gente e scopro che mi riguardano, vi confesso che mi sento a casa» riflette Don Pozza, perché, come dice il profeta Davide, «Dio solleva l’indigente dall’immondizia, rialza il povero per farlo sedere tra i principi».

Quindi perché credere in Dio?

«Se la fede è la nostra personale storia di amore con Dio – ha riflettuto – allora questa storia d’amore funziona come funzionano tutte», ovvero con momenti di difficoltà e «c’è un unico tarlo che può distruggere questa storia d’amore ed è l’abitudine». E ha aggiunto: «A volte è necessario perdersi per riuscire a trovarsi veramente». Perché, ha proseguito, «se la misericordia di Dio è così grande nei miei confronti, che mi vede tornare dal medesimo tradimento e mi aspetta a braccia aperte, io lo guardo in faccia e dico: un Dio che si comporta così con me come faccio a non crederci!?».

Concludendo, è dunque tornato sulla domanda iniziale: perché credere? «Dio – ha assicurato il sacerdote veneto – non si vergogna di dirmi che nel mondo c’è la miseria e quindi mi fido. Non mi fido di chi cerca di nascondere la fatica dentro la storia» e «non ho ancora trovato nessuno che si fidi di me come Dio, nemmeno me stesso».

La serata si è conclusa con un momento di preghiera e i ringraziamenti e saluti del parroco di Romanengo don Emilio Merisi.

 

 




«Che meraviglia!». Tra i capolavori del Museo Diocesano con lo sguardo dei visitatori del primo giorno

Sono occhi sorpresi, intrisi di meraviglia quelli dei visitatori che varcano per la prima volta nella mattina del giorno di Sant’Omobono, patrono della città e della diocesi, la soglia del nuovo Museo Diocesano di Cremona, realizzato all’interno del Palazzo episcopale, ed inaugurato soltanto poche ore fa.

Camminano lentamente all’interno delle dodici sale, guardandosi intorno, immersi in un’atmosfera suggestiva fatta di luci che mettono in risalto le opere che in modo mirabile raccontano la storia dell’arte e della spiritualità del territorio e delle comunità che nei secoli lo hanno abitato, e di ombre che si proiettano sulle superfici ruvide dei muri, donando all’ambiente una profondità sorprendente.

«L’inaugurazione di ieri, alla presenza dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini e della dottoressa Jatta dei Musei Vaticani ha segnato un inizio importante» ricorda Stefano Macconi, conservatore del Museo: «Oggi e domani saremo aperti in forma gratuita e il sold out delle due giornate ci racconta di un grande entusiasmo da parte della cittadinanza. Le prenotazioni confermano circa 1500 visitatori».

Il Museo inizia gradualmente ad animarsi, la curiosità è molta. E anche l’emozione.
«Che meraviglia…» sussurra una signora, alla vista della Tavola di Sant’Agata. Lo stesso accade ad un visitatore, entrando nella sala dei crocifissi, dove, a catturare la sua attenzione è la Grande Croce della Cattedrale.

La sensazione è che questo luogo possa permettere ai propri visitatori di compiere un viaggio vero e proprio. Un viaggio a ritroso nel tempo, attraverso secoli passati, nell’arte e nella tradizione di fede e spiritualità che hanno plasmato la comunità di questo territorio, fino alle sue radici profondissime.




Silenzio, luci e preghiera per la Veglia dei giovani al Palazzetto. Il Vescovo: «Davanti alla Croce sia il vostro “eccomi”»

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Alla vigilia della Giornata Mondiale della Gioventù 2021 è tornata in presenza la veglia diocesana dei giovani che da tutte le parrocchie sono giunti al Palasport “Mario Radi” di Cremona per l’incontro con il vescovo Antonio Napolioni.

La data non è più quella della vigilia delle Palme: la veglia si è tenuta, infatti, nella serata di sabato 20 novembre, vigilia della solennità di Cristo Re, indicata da Papa Francesco come data annuale per la GMG. Il titolo della veglia “Alzati perché hai visto!” è stato suggerito proprio dal messaggio del Papa per la Giornata, riprendendo le parole di Gesù rivolte a san Paolo.

Un gesto, quello della veglia, di ascolto e riflessione, ma soprattutto di preghiera, accompagnata anche dal canto di una sezione del Grande coro diocesano.

La veglia è iniziata nel buio del palazzetto. Buio poi riempito da luci: sono le starlight indossate dai ragazzi. I loro volti sono carichi dell’entusiasmo di chi finalmente può tornare ad incontrarsi per in un’occasione da sempre attesa e partecipata, dopo un periodo di lontananza e sofferenze.

A sottolineare il filo delle Gmg che non si è mai spezzato, un video sui monitor della scenografia ripercorre alcune tappe delle Giornate mondiali della gioventù e un gioco a quiz, con domande sul tema della veglia, apre la serata. L’idea, infatti, è quella del rimettersi in gioco: «Alzati, ti costituisco testimone di ciò che hai visto», come ha scritto il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale della gioventù.  Il vescovo Napolioni ha premiato i vincitori del quiz con una palma, simbolo del legame vivo fra le precedenti Giornate mondiali della gioventù e la nuova forma di questa Giornata.

Successivamente, è intervenuto come ospite Nicolò Govoni, giovane cooperante cremonese fondatore della ong “Still I Rise”. La sua testimonianza è stata incentrata sulle motivazioni del suo percorso personale, oltre che della nascita della ong: «Ho cominciato il mio percorso in quello che prima era il volontariato e poi è diventato cooperazione – spiega Nicolò – Il passo è stato all’interno di me stesso: se, da una parte, incontrando le persone più fragili, non potevo fare del bene, desideravo prima di tutto non nuocere». Nella sua esperienza, Nicolò ha scoperto di amare l’insegnamento e questo l’ha portato ad interessarsi alla povertà educativa dei campi profughi: «Il rialzarsi non riguarda solo chi viene aiutato da Still I rise, ma riguarda prima di tutto noi volontari. Quello che mi fa alzare alla mattina non è l’impatto numerico, quante persone Still I rise aiuta, ma sapere che sto andando ad insegnare, in classe. Sono spettatore di un divenire. È pensare, “questi avranno una famiglia, faranno un lavoro…”! Questo è ciò che mi fa dire: “voglio continuare a vivere”».

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Dopo la testimonianza, seguita con grande interesse e attenzione dai ragazzi sugli spalti, è iniziato il momento di preghiera, cuore della Veglia, caratterizzato nella sua prima parte dal continuo dialogo fra il vescovo Napolioni e le provocazioni poste dai giovani, ispirate alla figura di Saulo di Tarso che con la sua vita ha attraversato le domande di senso che scuotono anche i ragazzi d’oggi, cercando e trovando risposte nel seguire Cristo.

Il vescovo Napolioni, a proposito di Saulo e dei primi cristiani, ha commentato: «Mi stupisce che questa storia non sia archiviata. Soprattutto perché alla radice c’è un fallimento: un Dio che si manifesta nel fallimento. Com’è possibile?» e poi la sua riflessione continua, tenendo in considerazione gli interrogativi dei giovani: «Il fallimento era un seme, un seme che ha generato vita, non “cose”, non parole. I semi disturbano il terreno gelato, il deserto. Potrebbero essere gettati via per indifferenza. È l’avventura della libertà: nasce il Mistero della Chiesa».

Dopo la lettura di un brano della Lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (3,4-14), il Vescovo ha poi suggerito di riflettere sulle parole di San Paolo «”Non sono più io che vivo, ma è Cristo vive, vive in me!”», aggiungendo l’augurio che l’incontro con Cristo «questa sera susciti vocazioni, vocazioni di ogni genere, ma che siano tutte tutte educative» e che la questione non sia «lo sforzo di volontà» bensì «lo stupore di un incontro. La grazia di un dono», esattamente come l’incontro fra Gesù e Saulo di Tarso che ha «gli cambiato i connotati da dentro!».

Il Vescovo ha guidato, poi, la preghiera di adorazione davanti alla croce della GMG: «La preghiera davanti alla croce sia un continuo “eccomi” del cuore», ha pregato il Vescovo accanto ai giovani, in ginocchio davanti alla Croce, ora con un sussurro, ora intonando un canto nel raccoglimento profondo del palazzetto. «Alzati – ha ripetuto richiamando ancora il Messaggio di Papa Francesco – e testimonia la tua esperienza di cieco che ha incontrato la luce».

In seguito a questo momento centrale di preghiera, segnato dal silenzio attento dei giovani, il Vescovo ha consegnato dei ceri – come segno della Presenza de Signore nella comunità anche attraverso l’impegno, la vitalità e la voce dei giovani -, insieme ad un messaggio tratto dalle parole del Papa, alle singole delegazioni presenti.

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Nell’ultima parte della veglia, poi, il vescovo Napolioni ha conferito il mandato missionario a Marco Allegri, giovane della parrocchia di Sant’Agostino che partirà a breve per il Brasile come missionario, raggiungendo un’altra laica cremonese, Gloria Manfredini. Marco non aveva potuto partecipare alla Veglia di inizio anno Sinodale, tenutasi lo scorso 16 ottobre e durante la quale Gloria aveva ricevuto il suo mandato ufficiale dal vescovo Napolioni. Quale momento più adatto per recuperare e ricevere il proprio mandato: la veglia dei giovani riuniti attorno alla croce della GMG. «La fede è ciò che mi ha convinto a partire per un anno – ha detto Marco – voler verificare la mia fede in missione». La benedizione del Vescovo che lo ha inviato a nome della Chiesa cremonese, e i segni della croce e della luce lo accompagneranno in questa nuova esperienza di servizio

Dopo la consegna del mandato, anche il saluto al diacono William, che presto riceverà l’ordine sacerdotale, prima della benedizione del Vescovo che ha rivolto il suo saluto paterno ai giovani ai quali ha augurato un buon cammino di Avvento.

 




La meraviglia dell’anima, video-tour in anteprima tra i capolavori del nuovo Museo Diocesano

Un’idea antica che diventa realtà: il nuovo Museo Diocesano apre le porte sul suo tesoro di bellezza, spiritualità, arte e fede.

A poche ore dall’inizio delle visite – sono sold out, a testimonianza della grande attesa di questa apertura, gli ingressi per sabato 13 e domenica 14 novembre – il percorso, le sezioni tematiche e i capolavori che compongono la collezione del Museo Diocesano sono svelati, come piccolo ma suggestivo “assaggio”, da un video-tour guidato da don Gianluca Gaiardi, direttore dell’Ufficio diocesano dei Beni Culturali.

Scesi dal suggestivo scalone di ingresso che introduce agli ambienti degli antichi seminterrati del palazzo vescovile, mirabilmente recuperati e restituiti alla comunità grazie al contributo appassionato della Fondazione Arvedi Buschini e alla progettazione dell’architetto Giorgio Palù, gli occhi, la mente e l’anima sono accompagnati dalla meraviglia alla scoperta della storia di una Chiesa, di un territorio che nei secoli ha saputo generare tesori di arte, fede e umanità.

L’antico Mosaico della Cattedrale e il Ritratto della Diocesi di Cremona del Campi introducono alla prima sezione e aprono lo scrigno delle meraviglie. Le pietre del Duomo, la meravigliosa Annunciazione del Bocaccino, le grandi croci che arrivano come in processione dalle chiese del territorio, la galleria dei santi intercessori universali e locali che invitano alla riflessione sulle loro vite esemplari rappresentate in opere di assoluto valore artistico.

Don Gaiardi conduce gli spettatori tra scorci e dettagli nella splendida galleria della Collezione di arte sacra del cavalier Giovanni Arvedi e della moglie Luciana Buschini che, con le splendide icone dal fondo dorato, accompagna i visitatori al cuore del Museo, la sala della Tavola di Sant’Agata, con la sua storia di devozione e spiritualità, e con la meraviglia dei suoi dettagli. E ancora il Tesoro di Pizzighettone, con una finestra sul periodo d’oro della cultura lombarda e cremonese sotto l’influenza delle famiglie Sforza e Visconti, per concludere con gli spazi delle esposizioni temporanee e un invito a tutti, credenti e non credenti, famiglie, giovani, comunità, gruppi e scuole a varcare (questa volta con le proprie gambe e i propri occhi) la porta del Museo Diocesano, scendere la grande scala e immergersi in questa “meraviglia dell’anima”.




Il Vescovo in Cattedrale il 1° novembre: «La santità è un cammino proposto a tutti, oltre le differenze di cultura e religione»

Si è celebrata nella mattinata di lunedì 1 novembre la S. Messa per la solennità di Tutti i Santi, presieduta da Mons. Antonio Napolioni in Cattedrale a Cremona.

La riflessione proposta dal Vescovo ha richiamato l’attenzione dei fedeli sulla possibilità che Dio offre a ogni uomo e donna, appartenente a qualsiasi religione e cultura, di perseguire la santità quale stile di vita e accoglimento del disegno di Dio per sé e per il mondo.

«La santità è il disegno originario di Dio – ha detto – ed è il nostro destino e cammino nel tempo», un tempo in cui la nostra fragilità umana incontra la forza dello Spirito per divenire frutto nel contesto di vita. 

Ricordando il Convegno della Chiesa Italiana che 15 anni fa motivava all’analisi della situazione ecclesiale a partire dalle iconografie dei Santi di ogni diocesi,  il Vescovo chiede alla Chiesa cremonese uno sforzo di realtà. Abbandonare l’immagine “da figurina” dei Santi come uomini e donne perfetti e aderire a un modello, quello cristiano, che fa del cammino verso la santità la ragione della nostra gioia e della nostra speranza. «La santità non è un optional – ha detto durante l’omelia – ma la vera grande questione della nostra esistenza. Non come un peso, ma come una grande opportunità offerta davvero a tutti, secondo il disegno originario che attinge la sua sorgente all’abisso d’amore della Santissima Trinità».

Quello della santità  – aggiunge il Vescovo – è «un cammino che non compiamo da soli, perché siamo in Sinodo, in cammino condiviso con il Signore e con tutti i fratelli e le sorelle che ci mette accanto».

Un cammino di speranza anche «in una società che invecchia e sembra non trasmettere più ragioni di speranza», perché «noi sappiamo che quando il Signore si manifesterà appieno noi saremo simili a lui. Questa chiamata alla somiglianza segna il tragitto della storia: siamo stati pensati simili a Dio, saremo per sempre simili a Lui. Si compirà il destino che il Signore non scrive da solo, ma scrive assieme alla libertà, alla responsabilità, alla vicenda di ciascuno di noi».

Un disegno, un destino che il Signore non scrive da solo, ma che racchiude la libertà e la responsabilità delle vite di tutti noi. Dentro e fuori dalla Chiesa: «Siamo stati creati fratelli e sorelle – ha concluso mons. Napolioni – abitanti di questo pianeta che ora rischia e che ha bisogno di un sussulto di santità, la santità cristiana ma anche di tutti coloro che cercano vita, il vero bene, il futuro per tutti. Nel destino di santità c’è, sì, la gloria della Chiesa celeste, ma quante sorprese avremo! I giusti tra le nazioni, i poveri del mondo, chi è stato fedele alla sua coscienza, chi avrà operato per il bene di tutti, al di là delle differenze di razza e di religione. Perché il Padre manifesterà il compimento del suo disegno universale».

E  in un periodo storico in cui la Chiesa mostra li segni della sua fragilità, il vescovo ricorda come continuino a « fiorire i martiri, i seminatori, i costruttori. Che danno luce al mondo come il Signore Gesù». 

Anche questo è segno della fedeltà di Dio Padre alla nostra umanità. Anche questo significa che la Santità non è un miraggio ma una possibilità offerta alla vita di tutti.




Uniti nella lotta agli armamenti nucleari: convegno a Caravaggio

Si è svolta nella serata di venerdì 29 ottobre, presso l’auditorium del santuario della Beata Vergine di Caravaggio, il convegno “Stop alle armi nucleari!” promosso dal movimento dei Focolari in collaborazione con numerose associazioni presenti sul territorio.

Acli, Agesci, Aido, Amici di don Maurizio, Amici di Libera, Amici di San Bernardino, Azione Cattolica, Caritas, Chei de la Bosnia, Comunione e Liberazione, Corpo di Bacco, Croce Rossa, Gruppo Catechisti Parrocchia di Caravaggio, Gruppo missionario e Ministri straordinari dell’eucaristia si sono trovati per ragionare insieme e dibattere intorno al tema degli armamenti nucleari e al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari, approvato dall’ONU ormai nel 2017.

Ai presenti è stato rivolto da subito l’invito a firmare la petizione Italia Ripensaci che chiede alle Istituzioni italiane di ratificare il Trattato per eliminare tutte le armi nucleari sul territorio. 

Relatori della serata sono stati l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente Pax Christi; Francesco Vignarca, coordinatore nazionale della Rete Pace e disarmo e Pierluigi Biatta, presidente di Opal Brescia; nomi importanti della lotta contro l’armamento nucleare, moderati dal redattore della Rivista Città Nova Carlo Cefaloni.

Don Amedeo Ferrari, rettore del Santuario, ha aperto il convegno dando a tutti il benvenuto e con le parole del Magnificat ricordando a tutti i presenti che Dio vigila sul mondo ed è già all’opera per migliorarlo. Parole che sono di conforto, ma anche di stimolo per lavorare e perseguire i propri valori.

Anche il Vescovo Napolioni, occupato in un incontro per il Sinodo, ha mandato un messaggio di saluto fraterno. Il suo invito a continuare a lavorare per il disarmo nucleare nel mondo, scrive, «è una rivoluzione sociale, parte dagli ultimi» e si augura che ciò che è stato detto durante il convegno possa raggiungere le nuove generazioni.

«Probabilmente» ha aperto il convegno Carlo Cefaloni «c’è sgomento quando si sente che ci sono bombe nucleari sul nostro territorio e che c’è un continuo aumento della produzione di armamenti». Prenderne coscienza, prosegue, suscita «senso di dolore e impotenza. Ma cercare di dare una risposta comunitaria è necessario». Da sempre la rivista Citta Nova di cui è redattore è tra le poche testate a parlare del problema nucleare in Italia e nel mondo.

Francesco Vignarca ha iniziato il suo intervento illustrando dei numeri significativi: sono già più di 56 gli stati firmatari del documento del disarmo e il primo che si è impegnato è stato il Vaticano. Ma non basta: nonostante la forte riduzione, sono oggi 13.400 le testate nucleari esistenti nel mondo, circa 3000 quelle immediatamente utilizzabili. Numeri preoccupanti. Per non parlare degli investimenti economici: 80 sono i miliardi che si spendono ogni anno. Una cifra che basterebbe – e avanzerebbe – a risolvere tutti i problemi di disuguaglianza nel mondo. 

La forza del Trattato, ha detto inoltre Vignarca, è che parte dal basso «È fondamentale il lavoro dei territori, perché tutto deve partire dalle persone. Per non perdere di vista la realtà, che sono le persone e i volti delle vittime dirette e indirette della costruzione di un’arma nucleare».

La mobilitazione di Italia ripensaci! Ha proprio l’obiettivo di chiedere alle istituzioni nazionali di firmare il trattato e eliminare le testate nucleari statunitensi dal territorio. È un obiettivo ambizioso, ma raggiungibile a piccoli passi.

La parola è passata poi a Pierluigi Biatta, presidente di Opal Brescia. L’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere nasce nel 2004 da una provocazione dell’allora presidente delle Nazioni Unite Kofi Annan: «Le armi leggere sono armi di distruzione di massa». Molte sono le esperienze in questi 16 anni di attività: il festival della pace che inizierà a Brescia fra due settimane, collaborazioni con università e veri e propri corsi di laurea sulla diffusione e il mantenimento della pace. «L’obiettivo di Opal» ha spiegato il suo presidente «è studiare in modo scientifico il commercio e la produzione delle armi leggere e mettere a conoscenza la società civile». L’Italia è al terzo posto come produttore e esportatore di armi e il territorio bresciano ne è responsabile per l’80%. Anche questi sono dati che lasciano sgomenti.

Ultimo l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti che ha ribadito la sua preoccupazione nei confronti del «muro di gomma di chi potrebbe decidere e cambiare il senso della storia». Il suo appello alla Chiesa è concreto e parte dalla sensibilità del Santo Padre che da sempre si batte per la pace e per il disarmo nucleare: «Anche la comunità cristiana deva avere una voce più forte, saper parlare con più sincerità, senza mezzi termini riguardo alla pace, prendere posizione. Qualche piccolo passo è stato fatto. Non bastano i comunicati, ci vuole la concretezza». E poi ha conclusione citando Isaia: «Verranno giorni in cui ci sarà un mondo diverso da quello in cui noi viviamo. È un’alba che dobbiamo sapere attendere e incontro alla quale dobbiamo saper camminare».

In battuta finale è intervenuto anche il sindaco di Caravaggio Claudio Bolandrini: «Credo che uno strumento efficace per la lotta al disarmo nucleare sia colpire l’economia dell’industria bellica». L’esempio da prendere è quello di Gandhi e del suo «pacifismo sano e non violento».




A Mozzanica prima tappa del cammino Sinodale nelle Zone. Il Vescovo illustra i temi e le domande per il cambiamento

 

«In questo tempo, in questa nostra Chiesa c’è qualcosa che mi fa vibrare?». Con questa domanda il vescovo Antonio apre la serata di riflessione lasciando lo spazio, nel silenzio alle risposte spontanee delle persone presenti nella sala dell’oratorio di Mozzanica, dove – tra venerdì 22 e sabato 23 ottobre – inizia il cammino sinodale della diocesi di Cremona.

La prima tappa è nella Zona I: dopo un momento di preghiera iniziale caratterizzata da un momento di meditazione musicale con la proposta di alcuni brani della cantata “Letizia d’amore, stelle e precipizio”, ispirata all’esortazione di Papa Francesco Amoris Laetitia.

Dopo la cena offerta in oratorio la riflessione guidata dal vescovo: «Come passare dalle emozioni, dalle sensazioni, dai sentimenti a un progetto condiviso, a un cammino reale capace di cambiamento? Siamo davvero sinodali, in questo mondo che si ammala spesso di solitudine?».

Le parole di mons. Napolioni conducono lo sguardo al tempo che le comunità stanno vivendo, con le sue ferite aperte e il suo bisogno di ripartire, di rinnovarsi: «Siamo confusi, e siamo confusi anche nella Chiesa, nonostante abbiamo avuto tante grandi guide, come Giovanni Paolo II di cui oggi (venerdì 22, ndr) la Chiesa celebra la festa. Ma – aggiunge il vescovo – ad ogni tempo il Signore dona gli strumenti, i linguaggi, i compagni di viaggio: ora tocca a noi, in questo tempo che ci è dato da vivere, a meno che non preferiamo una Chiesa fatta solo di solisti stonati».

Immagini di Chiesa… Immagini diverse, come quelle raccolte nella breve attività proposta: «Disegnate la Chiesa. Non la Chiesa che vorremmo, ma la Chiesa che siamo».

E i disegni abbozzati diventano una traccia per entrare nel Sinodo: «l sinodo non è riorganizzarsi, ma ascoltarsi per capire se stiamo davvero ascoltando Lui». Un presente e un futuro non da costruire, ma da accogliere: «La rivelazione si compie nel tempo».

Ripensare lo stile di essere Chiesa nell’ottica dell’amore, dell’armonia tra differenze è vitale, continua mons. Napolioni citando il Concilio Vaticano II: «Gesù ci dà la sua Chiesa, e noi dobbiamo essere la sua Chiesa, non quella di una parrocchia, di un gruppo, legata alle circostanze. Perché Gesù è risorto, è vivo e dunque fa cose nuove. La storia insegna: quante volte la Chiesa è risuscitata» grazie ai molti, «uomini e donne che hanno capito che lo Spirito stava agendo in quel tempo».

Richiamando Paolo VI il vescovo indica tre vie per affrontare il cammino sinodale: la Parola di Dio («Abbiamo bisogno della Parola di Gesù, di più Gesù e meno Chiesa, o di una chiesa più vicina a Lui»), la via morale del cambiamento e della riforma («Gli scandali in questi anni ci chiama tutti a un processo di conversione. La Chiesa ha bisogno di riforme: le donne ce lo dicono con la loro pazienza, i giovani con la loro pazienza, tanti fratelli con la loro sofferenza»), la via apostolica del dialogo («Il dialogo è il metodo dell’annuncio»).

Dopo l’intensa introduzione il vescovo ha proposto poi una sintesi del Documento preparatorio ricevuto dalla Segreteria del Sinodo dei vescovi, come orientamento per il percorso della chiesa locale dentro e in comunione con quella universale. “Come si realizza oggi quel ‘camminare insieme’ che permette alla Chiesa di annunciare il Vangelo?”. La domanda centrale che i rappresentanti delle parrocchie, dei gruppi, delle associazioni, con sacerdoti, diaconi e religiosi della Zona sono chiamati a riportare nella quotidianità della vita delle loro comunità, è stata quindi declinata in dieci nuclei tematici tra cui ascolto, dialogo dentro e fuori la Chiesa, la partecipazione, la formazione…

«Da stasera, nelle prossime settimane entriamo nella prima fase di ascolto del popolo di Dio, che va fino all’aprile 2022» ha quindi spiegato concludendo il suo intervento monsignor Napolioni ricordando le tappe del cammino che la Chiesa di tutto il mondo intraprende. In questa fase le unità pastorale, le parrocchie e i gruppi saranno chiamate a riflettere, aprirsi al dialogoe a raccogliere contributi con un questionario che sarà riconsegnato entro il 22 febbraio alla diocesi e che costituirà la base per gli interrogativi del prossimo anno.

Dopo la serata di venerdì, i temi e le indicazioni proposte dal vescovo, sono state poi riprese nei lavori di gruppo nella mattinata di sabato, in cui i partecipanti si sono confrontati in un primo momento di dialogo e condivisione, principio di un cammino che coinvolgerà tutta la Chiesa.

Nelle prossime settimane le equipe delle altre zone pastorali si incontreranno con il vescovo secondo lo stesso programma. Con le stesse domande. Lo stesso cammino da affrontare.

Il prossimo appuntamento zonale sarà Venerdì 29 ottobre (dalle 18.30 alle 22) e sabato 30 (dalle 9 alle 12) a Soresina, presso la scuola Immacolata, per i rappresentanti della Zona pastorale 2. 

 

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“Tutto sta nell’amore”: la testimonianza di Giulia Gabrieli nel racconto dei genitori all’oratorio di Romanengo

Venerdi 22 ottobre si è svolto a Romanengo il primo appuntamento di “Con il Suo sguardo”, un ciclo di incontri volto a presentare degli scorci della realtà osservati con gli occhi della fede.

Ospiti della serata sono stati i coniugi Gabrieli, che hanno raccontato la storia della loro figlia Giulia, morta all’età di 14 anni a causa di un sarcoma, proclamata Serva di Dio e di cui è in corso la causa di beatificazione.

Dopo un momento di preghiera curato dai ragazzi, è stata proiettata una intervista di Giulia, girata due mesi prima della sua scomparsa, in cui emergeva l’accettazione della malattia avvenuta grazie ad un abbandono completo al Padre e la sua volontà di vivere il presente, godendo di ogni attimo del tempo che le era concesso.

Famosa la frase pronunciata in riferimento alla sua morte “La mia vita può finire solo in due modi: o, grazie a un miracolo con la completa guarigione, che chiedo al Signore perché ho tanti progetti da realizzare, oppure incontrare il Signore, che è una bellissima cosa. Sono entrambi due bei finali”. La sua grande fede e la volontà di creare gruppi di preghiera per i ragazzi ammalati hanno costituito un lascito che l’associazione conGiulia onlus ha accolto e che integra con proposte educative e di conoscenza della storia della ragazza.

Terminato il filmato i genitori hanno raccontato ai presenti alcuni aneddoti della vita della loro figlia. Significativo il passaggio “Giulia diceva che tutto sta nell’amore. Tutto. Lei era come una pianta, che noi osservavamo mentre cresceva perché non prendesse storture, ma le cose che diceva e faceva le ha imparate lei. Noi le abbiamo insegnato poco da questo punto di vista. Giulia era molto autodidatta.”

Dopo la risposta alle domande, la serata è terminata con i ringraziamenti del parroco.