Al Boschetto il ricordo di don Mazzolari e della sua scelta di pace
Non una commemorazione rituale, ma un atto pubblico di responsabilità. Con questo spirito, nel pomeriggio di sabato 10 gennaio, la Tavola della Pace di Cremona ha promosso la tradizionale visita alla cascina San Colombano, nella frazione Boschetto di Cremona, lì dove don Primo Mazzolari è nato il 13 gennaio 1890.
Quello promosso nell’ambito dell’anniversario della nascita del sacerdote cremonese, di cui è in corso il processo di beatificazione, è un appuntamento ormai consolidato, che da diciotto anni riunisce associazioni, realtà ecclesiali e cittadini per interrogarsi sull’attualità dell’insegnamento del parroco di Bozzolo, oggi più che mai profetico.
Il titolo scelto per il 2026 – “Gaza nostra ostinazione” – ha fatto da filo conduttore all’incontro, collegando il pensiero di Mazzolari alle tragedie del presente: il dramma di Gaza, la crisi del diritto internazionale, le nuove forme di militarizzazione e di neocolonialismo, ma anche altre situazioni di compressione dei diritti, come quella venezuelana. Un pomeriggio che ha voluto ribadire con forza che la pace non è neutralità, ma scelta, impegno e presa di posizione.
Nel suo intervento introduttivo, Marco Pezzoni ha richiamato il significato simbolico di ritrovarsi proprio nel luogo in cui nacque don Primo: una terra capace di generare uomini liberi, indipendenti, pronti ad andare controcorrente. «Ricordare Mazzolari – ha sottolineato – significa oggi assumersi la responsabilità di difendere i diritti dei popoli oppressi e di riaffermare il primato del diritto internazionale contro la logica della forza e delle armi, chiedendo coerenza e coraggio alle istituzioni e alle forze politiche».
Ad aprire gli interventi è stato poi don Umberto Zanaboni, vicepostulatore della causa di beatificazione di don Mazzolari, che ha offerto una riflessione intensa e articolata, capace di tenere insieme memoria storica e lettura critica dell’attualità: «Siamo qui – ha esordito – non per celebrare un rito stanco, ma per compiere un atto di responsabilità, perché ricordare un profeta di pace non è un gesto neutro: è una scelta che obbliga a prendere posizione».
Zanaboni ha descritto con parole nette il clima di questo tempo: un progressivo avvicinamento alla guerra presentato come inevitabile, sostenuto da un linguaggio sempre più bellico, dall’aumento esponenziale delle spese militari e dalla riduzione degli spazi di dissenso: «Una militarizzazione che viene chiamata “sicurezza”, ma che in realtà reprime il conflitto sociale e indebolisce la democrazia. In questo quadro il pensiero di Mazzolari si rivela sorprendentemente attuale: già negli anni del fascismo denunciava l’unanimismo come un pericolo per la coscienza e la libertà».
Lo sguardo si è poi allargato allo scenario internazionale, dove il diritto viene sistematicamente calpestato. Gaza, ma non solo: popoli assediati e privati di voce, mentre chi viola le regole continua a essere accolto e legittimato. «Quando la forza sostituisce il diritto – ha ammonito Zanaboni – nessuno è al sicuro. È in gioco un principio fondamentale: che nessuno Stato possa colpire chi vuole, quando vuole». Da qui il richiamo ai tre nuclei centrali del pensiero mazzolariano, indicati come veri e propri stili di vita: “agonizzare per la pace”, cioè restare dentro la fatica della storia senza fuggire; “organizzare la pace”, riconoscendo che la pace va costruita con la stessa determinazione con cui si preparano le guerre; e “creatività politica”, la capacità di inventare relazioni nuove, alternative alla logica del nemico, perché la guerra è facile, mentre la pace richiede immaginazione, perseveranza e cura quotidiana.
A seguire, la testimonianza di Giancarlo Ghidorsi, per vent’anni segretario della Fondazione “Don Primo Mazzolari” di Bozzolo, che ha ricordato la sorprendente capacità profetica del parroco di Bozzolo: «Quelli della pace sono temi che oggi appaiono drammaticamente attuali – dalla giustizia sociale al ruolo dei sindacati, fino alla questione nucleare – ed erano già presenti nel suo pensiero e nelle sue omelie. Un’eredità che continua a interrogare le coscienze e a chiedere responsabilità».
È poi intervenuto anche Stefano Prandini, della Tavola della Pace dell’Oglio Po, che ha richiamato con forza il pericolo di un ritorno diffuso a una mentalità di guerra anche nella società civile e nei percorsi educativi: «Da educatore esprimo la mia preoccupazione per i processi di militarizzazione che attraversano le scuole, l’orientamento scolastico e persino l’alternanza scuola-lavoro: in un tempo in cui il silenzio rischia di diventare acquiescenza – ha sottolineato – è necessario alzare la voce».
La chiusura è stata affidata a Daniela Polenghi, per la Tavola della Pace di Cremona, che ha richiamato il senso dello slogan esposto alla cascina: “Restiamo umani”. «Restare umani –ha spiegato – significa riconoscere l’altro e i suoi diritti, a partire dal diritto alla vita. Un richiamo potente, soprattutto pensando al corpo delle donne nelle guerre, simbolo estremo della negazione della dignità umana. Nell’ottantesimo anniversario della Repubblica è da qui che occorre ripartire: dall’umanità come fondamento della convivenza e della pace».
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