Stemma

Stemma-vescovo-Antonio-Napolioni

Secondo la tradizione araldica ecclesiastica cattolica, lo stemma di un Vescovo è tradizionalmente composto da:

  • uno scudo, che può avere varie forme (sempre riconducibile a fattezze di scudo araldico) e contiene dei simbolismi tratti da idealità personali, o da tradizioni familiari, oppure da riferimenti al proprio nome, all’ambiente di vita, o ad altro;
  • una croce astile a un braccio traverso, in oro, posta in palo, ovvero verticalmente dietro lo scudo;
  • un cappello prelatizio (galero), con cordoni a dodici fiocchi, pendenti, sei per ciascun lato (ordinati, dall’alto in basso, in 1.2.3.), il tutto di colore verde;
  • un cartiglio inferiore recante il motto scritto abitualmente in nero.

La croce astile è di tipo “trifogliato”, gemmata con cinque pietre rosse che richiamano le Cinque Piaghe di Cristo.

Si è qui adottato uno scudo araldico di foggia “inglese”, in omaggio alla terra di Sir Baden-Powell, fondatore dello “scautismo”, per richiamare il forte legame di Mons. Napolioni con lo scautismo cattolico.

 

Descrizione araldica (blasonatura) dello scudo del Vescovo Napolioni

“Inquartato: nel 1° d’azzurro, all’ombra di sole d’oro caricata del trigramma IHS di nero; nel 2° d’argento, a un monte all’italiana di sei cime di verde movente dalla partizione; nel 3° d’argento, alla gemella ondata d’azzurro posta in fascia; nel 4° di rosso, al giglio del terzo” (consulenza del dott. Renato Poletti).

 

Il motto: SERVITE DOMINO IN LAETITIA

Le parole scelte da Mons. Napolioni per il proprio motto episcopale sono tratte dal Salmo 99,2, che custodisce uno splendido invito: “servite il Signore nella gioia”. L’invito a tutti i popoli della terra a riconoscere l’unico Dio e a servirlo, cioè obbedire al suo disegno, che ha come centro l’uomo stesso. Il salmista invita a servirlo nella gioia, cioè con la gratitudine, l’esultanza di chi si riconosce amato e salvato da Dio. Sono parole che rivelano il senso della vita e della missione di una Chiesa locale e del suo Vescovo, come di ogni credente e di ogni uomo. Mons. Antonio vi riconosce la trama della propria vicenda umana e cristiana, della vocazione che il Signore ha voluto per lui, della missione che ne costituisce l’orizzonte.
La ricerca della gioia, infatti, muove sempre il cuore umano, sin dalla giovinezza, all’incontro, al rischio, all’esperienza, talvolta anche allo slancio del servizio. Ma solo la grazia di incontrare il Signore Gesù permette di scoprirne e gustarne la pienezza. E la letizia perfetta – come insegna San Francesco d’Assisi, riecheggiando Gc 1,2 – non è disgiunta dalla croce, che ci mostra l’infinito amore che Dio ha per noi.

 

Interpretazione

Il sole con le lettere IHS (Iesus Hominum Salvator) è esplicitamente ripreso dallo stemma di papa Francesco, quale segno di gratitudine per la sua paternità e, più ancora, per esprimere la centralità di Cristo, sole che sorge, non tramonta e che dà vita. Egli, il Cristo Signore, è “lumen gentium”, il cui fulgore non può essere vinto dalle tenebre del mondo. Il sole è in oro, primo tra i metalli nobili, quindi simbolo della prima tra le Virtù: la Fede. Infatti è tramite la Fede che ci abbandoniamo alla guida misericordiosa della luce che promana da Cristo e si riflette nell’universo.

Il monte, qui rappresentato in foggia araldica, oltre ad essere un rimando al contesto in cui il Vescovo è cresciuto, costituisce luogo fortemente evocativo dell’esperienza dell’incontro con Dio, luogo di trasfigurazione (icona venerata nel Seminario Regionale di Ancona, dove don Antonio ha prestato a lungo servizio); richiama il mistero pasquale, esperienza condivisa con famiglie e persone provate dal dolore e dalla morte.

Le due onde azzurre richiamano il fiume che bagna la città di Cremona, il Po. Inoltre, dal tempio di Cristo e della Chiesa (che coinvolge pienamente il Vescovo nella sua apostolicità) sgorga un fiume di grazia, perché “un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio” (Sal 45,5).

Il giglio, ripreso dallo stemma di Paolo VI, oltre ad onorare il Papa del Concilio Vaticano II, rimanda al nome Antonio (che significa anche: fiore) e all’esperienza scout che ha segnato il cammino umano e cristiano del Vescovo. Essendo da sempre simbolo di purezza, è anche un’immagine di chiaro significato mariano: “Eccomi, sono la serva del Signore”. (Luca 1,38). Paolo VI ha insegnato a venerare Maria come immagine e Madre della Chiesa, che a sua volta, come la luna, non vive di luce propria, ma riflette quella del suo Signore. Idea resa anche dalla differenza tra l’oro del sole e l’argento del giglio.

I colori delle campiture dello scudo sono: azzurro, colore che simboleggia l’incorruttibilità della volta celeste, le idealità che salgono verso l’alto, rappresentando quindi il distacco dai valori terreni e l’ascesa dell’anima verso Dio; argento, metallo che in araldica rappresenta la trasparenza, quindi la Verità e la Giustizia, doti che devono accompagnare quotidianamente lo zelo pastorale del Vescovo e rosso, il colore intenso dell’amore e del sangue, della Carità; l’amore senza limiti del Padre che ha inviato il Figlio ad offrirsi fino all’estremo e a versare il proprio sangue per la nostra redenzione. Dal punto di vista teologico-spirituale, azzurro e rosso esprimono il mistero umano-divino dell’Incarnazione e della salvezza, che incrocia anche visivamente nello stemma le realtà umane, simboleggiate da monti e fiumi, che si trasformano in luoghi dell’incontro con Dio e dell’esperienza della Sua grazia.

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