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PICCOLEZZA E REGALITA’ A S. SIGISMONDO

Il prossimo 1° maggio, il complesso di S. Sigismondo aprirà di nuovo le sue porte ai visitatori che vorranno ammirare il coro, il chiostro e il refettorio del Monastero. La solennità di S. Sigismondo, re e martire, che la liturgia celebra in questo giorno, quest’anno sarà preparata da un evento di notevole valore spirituale. Infatti nei giorni 27 e 28 aprile, la chiesa di S. Sigismondo, scrigno di arte e di bellezza, accoglierà lo scrigno di santità delle reliquie di S. Teresa di Gesù Bambino e dei suoi genitori: Zelia e Luigi Martin.

Sigismondo era un re barbaro, convertitosi al cristianesimo e morto martire nel secolo IV.

S. Teresa di G. B. invece era una suora di clausura, morta alla fine dell’‘800 in un Carmelo della Francia meridionale. Sono due santi molto diversi e molto lontani nel tempo, tuttavia possiamo cogliere in loro un afflato spirituale che li accomuna: la lode divina.

Sigismondo, animato dallo zelo di difendere la fede cattolica, aveva dato vita ai monasteri della “Laus Perennis” in cui la lode divina saliva a Dio senza interruzione giorno e notte. La piccola Teresa aveva fatto della lode divina lo scopo della sua breve esistenza consumata dall’amore per Dio e per i fratelli.

La lode divina, che schiere di contemplative e contemplativi tengono viva nella Chiesa nel corso da secoli, si pone in continuità con il gesto di Maria di Betania narrato dal Vangelo. La lode divina si può paragonare ai trecento grammi di puro nardo che Maria ha sprecato per il Maestro, e questo gesto si perpetua ancora oggi. Lo ha ripetuto Teresa di Gesù Bambino e lo ripete la nostra piccola comunità monastica che ogni giorno fa risuonare la sua lode divina sotto le volte affrescate della bellissima chiesa di S. Sigismondo.

Auspichiamo che il passaggio delle reliquie di Teresa di Lisieux e dei suoi genitori lasci un segno, così che i visitatori che verranno il 1° maggio possano percepire la fragranza del profumo della santità che invita tutti a una vita che antepone Dio a tutto e a tutti.

Il 1° maggio, l’associazione “Amici di S. Sigismondo” metterà a disposizione le guide per la visita al complesso monastico e i volontari offriranno il loro servizio di accoglienza e vigilanza. Le “casalinghe di S. Sigismondo” saranno presenti con il consueto tavolo di dolci e di belle sorprese preparate con buon gusto e fantasia e per offrire ai turisti un piccolo omaggio a ricordo della visita.

Ricordiamo gli orari di apertura e delle celebrazioni:

ore 9,00 Apertura al pubblico del coro, del chiostro e del refettorio del Monastero.

ore 11,00 S. Messa conventuale solenne presieduta da P. Giuseppe Sabato, domenicano.

ore 14,00 Apertura al pubblico come sopra.

ore 18,00 Vespri Solenni.

Sarà gradita la presenza dei Sacerdoti amici della Comunità monastica sia per la concelebrazione del mattino, sia al canto dei Vespri nel pomeriggio.

ALLELUIA, ALLELUIA, ALLELUIA!

    “Vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Donna – chiesero – perché piangi? Chi cerchi?” (Gv 20,12-13). Ben sapevate, angeli santi, perché piangeva e chi cercava; perché ricordandoglielo l’avete indotta di nuovo al pianto? Ma si avvicina la gioia di una consolazione insperata, perciò scorrano pure il pianto e il dolore in tutta la loro forza.

    “Si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù” (Gv 20,14). O amabile, consolante spettacolo dell’amore. È sempre lui che è cercato e desiderato, che si nasconde e si manifesta. Si nasconde per essere cercato più ardentemente, per essere trovato con gioia e trattenuto con sollecitudine, per non essere mai più abbandonato, finché non venga introdotto nella stanza del suo amore, per farne sua dimora. In questo modo la sapienza gioca sulla terra e trova le sue delizie tra i figli degli uomini (cfr. Prv 8,30-31).

Donna perché piangi? Chi cerchi?” (Gv 20,15). Possiedi colui che cerchi e lo ignori? Possiedi la vera ed eterna gioia e piangi? Possiedi dentro di te colui che cerchi al di fuori. Davvero sei accanto al sepolcro e piangi di fuori: la tua mente è il mio sepolcro. Qui io riposo, non morto, ma vivente per l’eternità.

La tua mente è il mio giardino. Hai giudicato bene: io ne sono il custode. Io, che sono il secondo Adamo, lavoro e custodisco il mio paradiso: il tuo pianto, il tuo amore, il tuo desiderio, sono opera mia. Mi possiedi in te e non lo sai, per questo mi cerchi fuori.

Ecco che allora apparirò all’esterno per ricondurti all’interno e tu possa trovare dentro di te colui che cerchi fuori.

    “Maria” (Gv 20,16), ti ho conosciuta per nome; impara a conoscermi per fede. “Rabbunì!” cioè “Maestro!”. È come se dicesse: insegnami a cercarti, insegnami a toccarti e a cospargerti di unguento.

    “Non toccarmi” come uomo, né come mi toccasti e ungesti prima, quando ero soggetto alla morte. “Non sono ancora salito al Padre mio” (Gv 20,17): non hai ancora creduto che io sono uguale al Padre, coeterno e consustanziale. Credi questo e così mi toccherai. Tu vedi l’uomo e per questo non credi: ciò che si vede non è oggetto di fede. Ma Dio non lo vedi; credi e lo vedrai. Credendo mi toccherai, come quella donna che toccò la frangia della mia veste e subito fu guarita.

Perché? Perché mi toccò con la sua fede. Con questa mano toccami, con questi occhi cercami, con questi passi affrettati ad accorrere a me, perché non sono lontano da te.

Io sono infatti un Dio che si avvicina, sono parola sulla tua bocca e nel tuo cuore. Che cosa è più vicino all’uomo del suo cuore? Là si trova, chiunque mi trova. Le cose esteriori, infatti, sono visibili: anch’esse sono opera mia, ma sono transitorie e caduche. Io invece, che ne sono l’artefice, abito nel più profondo dei cuori puri.

Lei beata

che fu degna di portare

il primo annuncio della vita risorta.

Alleluia.

(Dal “Trattato sulla Passione e Risurrezione del Signore” di un autore del secolo XII)

Immagine: Beato Angelico, No li me tangere (Non mi toccare), Cella n. 1, Firenze, Museo di S. Marco.

 

SAN GIUSEPPE, PATRONO DELLA NOSTRA COMUNITA’

A GIUSEPPE,

SERVO FEDELE E SAGGIO

IL SIGNORE

AFFIDÒ LA SUA FAMIGLIA.

(dalla Liturgia delle Ore)

    S. Giuseppe ci si presenta come un uomo silenzioso, povero, modesto, umile. Era giusto, questo l’unico attributo con cui lo indica il Vangelo: ma è sufficiente per darci il quadro sociale scelto da nostro Signore per Sé.

    Potremmo quindi ignorare questa figura, non soffermarci dinanzi ad essa? No, affatto: poiché non capiremmo, in tal caso, la dottrina insegnata dal Divino Maestro: la Buona Novella sin dalla prima sua forma caratteristica, quella d’essere annunciata ai poveri, agli umili, a quanti hanno bisogno di essere consolati e redenti. Perciò il Vangelo delle Beatitudini comincia con questo introduttore, chiamato Giuseppe. Ci troviamo di fronte a un quadro incantevole, e che ciascuno di noi, se fosse un artista, potrebbe ideare solo in maniera inadeguata. Ma ecco: proprio Gesù ci presenta questo suo introduttore, come suo custode e padre putativo, nelle forme le più umane, le meno solenni, quelle a tutti accessibili.

    C’è uno speciale aspetto che merita di essere osservato e compreso. Questa sommessa vita che si intreccia con quella del Cristo nascente e con quella beatissima della Vergine, ha qualche cosa di caratteristico, di molto bello, di mistero.

    Ricordiamo il brano di S. Matteo in cui per tre volte si parla di colloqui d’un Angelo con Giuseppe nel sonno. Che cosa vuol dire? Significa che Giuseppe era guidato, consigliato nell’intimo dal messaggero celeste. Aveva un dettato della volontà di Dio che si anteponeva alle sue azioni: e quindi il suo comportamento ordinario era mosso da un arcano dialogo che indicava il da farsi: Giuseppe non temere; fa questo; parti, ritorna!

    Che cosa allora scorgiamo nel nostro caro e modesto personaggio? Vediamo una stupenda docilità, una prontezza eccezionale d’obbedienza ed esecuzione. Egli non discute, non esita, non adduce diritti od aspirazioni. Lancia se stesso nell’ossequio alla parola a lui detta; sa che la sua vita si svolgerà come un dramma, che però si trasfigura ad un livello di purezza e di sublimità straordinarie: ben al di sopra d’ogni attesa o calcolo umano. Giuseppe accetta il suo compito, perché gli è stato detto: “Non temere di prendere Maria quale tua sposa, poiché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo”. E Giuseppe obbedisce.

    Più tardi gli sarà ingiunto: occorre partire, giacché il neonato Salvatore è in pericolo. Ed egli affronta un lungo viaggio, attraversando deserti infuocati, senza mezzi e senza conoscenze, esule in paese straniero e pagano; sempre ligio e pronto alla voce del Signore che, in seguito, gli ordinerà di tornare.

    Appena rientrato a Nazareth, vi ricompone la vita consueta, di riservato artigiano. Suo è l’ufficio di “educare” il Messia al lavoro, alle esperienze della vita. Lo custodirà e avrà, nientemeno, la sublime prerogativa di essere lui a guidare, dirigere, assistere il Redentore del mondo. E Gesù obbediva a Giuseppe ed a Maria!

    La caratteristica adesione di S. Giuseppe alla volontà di Dio è l’esempio sul quale dobbiamo meditare.

    Intendiamo, quindi, anzitutto riflettere che i grandi disegni di Dio, le provvide imprese che il Signore propone ai destini umani possono coesistere, adagiarsi sopra le condizioni più comuni della vita. Nessuno è escluso dal compiere, e a perfezione, il divino beneplacito.

    Sappiamo che il fare coincidere la nostra volontà capricciosa, indocile, spesso errante, talvolta perfino ribelle; far coincidere questa piccola, ma pur sublime volontà e libertà con il volere di Dio, in una parola, il “fiat voluntas tua”, è il segreto della grande vita. È l’innestare se stessi sopra i pensieri del Signore ed entrare nei piani della sua onniveggenza e misericordia, ed anche della sua magnanimità.

    Nessuna vita è banale, meschina, trascurabile, dimenticata. Per il fatto stesso che respiriamo e ci muoviamo nel mondo, siamo dei predestinati a qualche cosa di grande: al Regno di Dio, ai suoi inviti, alla conversazione, alla convivenza e sublimazione con Lui, sino a diventare partecipi della natura divina.

(Dai “Discorsi” di S. Paolo VI, Papa)

Immagine: Beato Angelico, Fuga in Egitto, (particolare) San Giuseppe, Armadio degli Argenti, Firenze.

Tempo di Quaresima

IO SONO IL VIVENTE, DICE IL SIGNORE.

NON VOGLIO LA MORTE DEL PECCATORE,

MA CHE SI CONVERTA E VIVA.

(Dalla Liturgia delle Ore)

Che l’uomo venisse liberato mediante la passione di Cristo, fu consono sia alla misericordia di Dio sia alla sua giustizia. Alla giustizia, perché mediante la passione Cristo soddisfece per il peccato del genere umano, e così l’uomo fu liberato in virtù della giustizia di Cristo. Fu consono poi alla misericordia di Dio perché, non essendo l’uomo in grado di soddisfare da sé per i peccati di tutta la natura umana, Dio gli diede come redentore il suo proprio Figlio, secondo le parole di san Paolo: “Tutti sono giustificati gratuitamente per la grazia di lui, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù, che Dio ha posto quale propiziatore per mezzo della fede in lui” (Rm 3,25).

    E questo fu un gesto di misericordia più grande che se avesse condonato i peccati senza nessuna soddisfazione. Perciò san Paolo dice: “Dio, che è ricco di misericordia, per l’eccesso della carità con cui ci ha amati, ci ha fatti rivivere in Cristo” (Ef 2,4).

    Scrive Agostino: “Per sanare la nostra miseria non ci fu modo più conveniente” che la passione di Cristo. Infatti un mezzo è tanto più adatto a conseguire il fine, quanto più numerosi sono i vantaggi che con esso si raggiungono in ordine al fine. Ora, per il fatto che l’uomo è stato liberato mediante la passione di Cristo, oltre alla liberazione dal peccato si ebbero anche molti altri vantaggi in ordine alla salvezza dell’uomo.

    Anzitutto, considerando la passione di Cristo l’uomo conosce quanto Dio lo ama, e così viene provocato ad amarlo: ed è in tale amore che consiste la perfezione dell’umana salvezza.

    Dice infatti san Paolo: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, quando eravamo ancora suoi nemici, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). In secondo luogo, con la passione ci è dato un esempio di obbedienza, di umiltà, di costanza, di giustizia e di tutte le altre virtù che Cristo ha manifestato in quella circostanza: ed esse sono tutte necessarie per la salvezza dell’uomo. Perciò sta scritto: “Cristo patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme” (1 Pt 2,21). In terzo luogo, Cristo con la sua passione non solo ha liberato l’uomo dal peccato, ma gli ha meritato la grazia che giustifica e la gloria della beatitudine eterna. In quarto luogo, dalla passione è derivata all’uomo un’esigenza più forte a conservarsi esente dal peccato, secondo le parole di san Paolo: “Siete stati comprati a caro prezzo: glorificate e portate Dio nel vostro corpo” (1 Cor 6,20). In quinto luogo, la passione di Cristo aumentò la dignità dell’uomo sì che, come l’uomo con l’inganno era stato vinto dal diavolo, così fosse l’uomo a vincere il diavolo, e come l’uomo si era meritato la morte, così un uomo morendo vincesse la morte. Dice san Paolo: “Siano rese grazie a Dio, che ci ha dato la vittoria per mezzo di Gesù Cristo” (1 Cor 15,57).

    Inoltre, per poter conseguire gli effetti della passione di Cristo, dobbiamo configurarci a lui, e questa configurazione avviene sacramentalmente nel battesimo: “Siamo sepolti con lui per mezzo del battesimo nella morte” (Rm 6,4). Quindi ai battezzati non viene imposta nessuna penitenza riparatrice, perché essi sono totalmente liberati per mezzo della soddisfazione offerta da Cristo. E poiché “Cristo è morto una volta per tutte per i nostri peccati” (1 Pt 3,18), l’uomo non può configurarsi alla morte di Cristo una seconda volta per mezzo del sacramento del battesimo. È dunque necessario che coloro che peccano dopo il battesimo si configurino a Cristo sofferente per mezzo di qualche penitenza e sofferenza sostenuta nella propria persona. Ne basta tuttavia molto meno di quanto sarebbe proporzionato al peccato, perché interviene la forza redentrice della passione di Cristo. Essa però ha efficacia in noi solo se siamo incorporati a lui come le membra al capo. Le membra devono essere conformi al loro capo. Perciò, come Cristo per primo ebbe la grazia nell’anima insieme alle capacità di soffrire nel suo corpo, e mediante la passione giunse alla gloria dell’immortalità, così anche noi, che siamo sue membra, mediante la sua passione siamo liberati dalla colpevolezza degna di qualunque pena, ma in modo da ricevere prima nell’anima “lo spirito d’adozione a figli” (Rm 8,15), per cui ci è riservata l’eredità della gloria immortale anche se per ora abbiamo un corpo soggetto alla sofferenza e alla morte: ma per il futuro, “configurati alle sofferenze e alla morte di Cristo” (cfr. Fil 3,10), siamo guidati verso la gloria immortale, come dice san Paolo: “Se siamo figli di Dio, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, purché partecipiamo alla sua passione per partecipare anche alla sua gloria” (Rm 8,17)

Dal “Trattato sulla passione di Cristo” di San Tommaso d’Aquino, sacerdote e dottore della Chiesa

 

Immagine: Beato Angelico, Cristo deriso (n. 78), Affreschi di S. Marco, Firenze.

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

ADORNA, O SION,

LA STANZA PER LE NOZZE

ACCOGLI CRISTO TUO SIGNORE

(dalla Liturgia delle Ore)

   Noi tutti che celebriamo e veneriamo con intima partecipazione il mistero dell’incontro del Signore, corriamo e muoviamoci insieme in fervore di spirito incontro a lui. Nessuno se ne sottragga, nessuno si rifiuti di portare la sua fiaccola. Accresciamo anzi lo splendore dei ceri per significare il divino fulgore di lui che si sta avvicinando e grazie al quale ogni cosa risplende, dopo che l’abbondanza della luce eterna ha dissipato le tenebre della caligine. Ma le nostre lampade esprimano soprattutto la luminosità dell’anima, con la quale dobbiamo andare incontro a Cristo. Come infatti la Madre di Dio e Vergine intatta portò sulle braccia la vera luce e si avvicinò a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal suo chiarore e stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi a tutti, dobbiamo affrettarci verso colui che è la vera luce.

   La luce venne nel mondo (cfr. Gv 1,9) e, dissipate le tenebre che lo avvolgevano, lo illuminò. Ci visitò colui che sorge dall’alto (cfr. Lc 1,78) e rifulse a quanti giacevano nelle tenebre. Per questo anche noi dobbiamo ora camminare stringendo le fiaccole e correre portando le luci. Così indicheremo che a noi rifulse la luce, e rappresenteremo lo splendore divino di cui siamo messaggeri. Per questo corriamo tutti incontro a Dio. Ecco il significato del mistero odierno.

   La luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cfr. Gv 1,9) è venuta. Tutti dunque, o fratelli, siamone illuminati, tutti brilliamo. Nessuno resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel buio. Ma avanziamo tutti raggianti e illuminati verso di lui. Riceviamo esultanti nell’animo, col vecchio Simeone, la luce sfolgorante ed eterna. Innalziamo canti di ringraziamento al Padre della luce, che mandò la luce vera, e dissipò ogni tenebra, e rese noi tutti luminosi. La salvezza di Dio, infatti, preparata dinanzi a tutti i popoli e manifestata a gloria di noi, nuovo Israele, grazie a lui, la vedemmo anche noi e subito fummo liberati dall’antica e tenebrosa colpa, appunto come Simeone, veduto il Cristo, fu sciolto dai legami della vita presente.

   Anche noi, abbracciando con la fede il Cristo che viene da Betlemme, divenimmo da pagani popolo di Dio. Egli, infatti, è la salvezza di Dio Padre. Vedemmo con gli occhi il Dio fatto carne. E proprio per aver visto il Dio presente fra noi ed averlo accolto con le braccia dello spirito, ci chiamiamo nuovo Israele. Noi onoriamo questa presenza nelle celebrazioni anniversarie, né sarà ormai possibile dimenticarcene.

(Dai “Discorsi” di san Sofronio, vescovo)

Immagine: Beato Angelico, Presentazione al Tempio, Cella n. 10, Firenze, Museo di S. Marco.

Battesimo di Gesù

OGGI SI APRONO I CIELI,
SI FANNO DOLCI LE ACQUE DEL MARE;
ESULTA LA TERRA,
LE COLLINE FREMONO DI GIOIA:
CRISTO E’ BATTEZZATO NEL GIORDANO SA GIOVANNI.

(dalla Liturgia delle Ore)

 

   In tutte le solennità del tempo natalizio ci troviamo di fronte allo stesso concetto, quello dell’Epifania, vale a dire dell’apparizione della luce di Dio in questo mondo. Così queste solennità rispondono a una domanda e a un’esigenza che nell’uomo sono sempre state vive e che anche oggi si pongono in maniera più o meno chiara, poiché sono insite nella nostra natura. Anche se apparentemente il mondo di oggi vive molto lontano da Dio, anche se la parola di Dio sembra essere diventata quasi un forestierismo, tuttavia non possiamo fare a meno di chiederci se dietro alle forze e ai poteri di questo mondo, dietro a tutto quello che in esso c’è di grande, di bello e di terribile non ci sia la forza originaria del divino. Pertanto nel cuore dell’uomo resta indelebile anche il desiderio che questa forza, se esiste, si manifesti. Che la sua luce risplenda nell’oscurità delle nostre domande, perché si possa sapere da dove veniamo e dove andiamo, perché questa luce ci sia di conforto e al tempo stesso di guida.

   Il ciclo delle solennità natalizie ci parla della nascita di Gesù nella stalla, annunciata dagli angeli circonfusi dallo splendore luminoso di Dio. Ci parla della stella che guida i Magi giunti dall’Oriente fino alla mangiatoia di Betlemme. E infine ci parla del cielo che si apre sul giordano e nel quale risuona la voce di Dio. Sono tutti segni che Dio ha posto nella storia e tramite i quali ci dice: “Sì, sono qui. Vi conosco. Vi amo. C’è una strada che da voi sale a me”. Dio ha assunto dimensioni per così dire umane nel bambino e nell’uomo Gesù, perché noi lo possiamo toccare, vedere e comprendere. E al tempo stesso, con questo suo farsi piccolo, ha fatto risplendere la luce della sua grandezza. Perché, proprio come colui che può permettersi di abbassarsi fino all’impotenza dell’amore, egli dimostra che cosa sia la vera grandezza, anzi, che cosa sia essere Dio.

   Il significato di tali solennità, e in genere il significato dell’anno liturgico, è soltanto quello di avvicinarci ancora una volta a questi segni di Dio, al di là della nostra smemoratezza e del buio della nostra quotidianità, a questi segni che una volta per tutte sono impressi nella storia, affinché il nostro cuore si apra nuovamente e affinché li vediamo e ne siamo guidati. Se il Natale e l’Epifania servono soprattutto a renderci capaci di vedere, ad aprirci gli occhi e il cuore, la festa del battesimo di Gesù ci introduce alla quotidianità della vita. Infatti tramite il battesimo Gesù si è unito a noi, il battesimo è per così dire il ponte che egli ha costruito tra sé e noi, la strada tramite la quale diventa a noi accessibile.

   Così il battesimo di Gesù ci ricorda soprattutto il nostro battesimo e ci chiede che cosa è cambiato nella nostra vita con l’ingresso in essa di Dio. Ci chiede: “Che cosa significa in realtà per me essere battezzato”?

(Dalle omelie di papa Benedetto XVI)

 

Immagine: Beato Angelico, Battesimo di Cristo, Cella n. 24, Firenze, Museo S. Marco.

ABBIAMO VISTO LA SUA STELLA IN ORIENTE…

I re di Tarsis e delle isole porteranno offerte,
i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi”

(Sl. 71, 10)

   Non molto tempo fa abbiamo celebrato il giorno in cui il Signore è nato dai giudei; oggi celebriamo il giorno in cui è stato adorato dai pagani. Poiché, come dice Gesù alla Samaritana, la salvezza viene dai giudei. Ma questa salvezza non sarà solo per i giudei, essa sarà portata sino agli estremi confini del mondo. Dio disse ad Abramo: saranno benedette in te tutte le nazioni della terra.

   In quel giorno in cui nacque, lo adorarono i pastori. Oggi i Magi.

   A quelli lo annunciarono gli Angeli, a questi un stella.

   Tutti e due (pastori e Magi) lo appresero per intervento celeste.

   Quando il Bambino nacque era già pietra angolare del mondo; già da quel momento cominciò a congiungere in sé le due pareti dell’umanità poste in direzioni diverse, chiamando i pastori dalla Giudea, i Magi dall’oriente: per creare in se stesso, dei due, un uomo nuovo e ristabilire la pace; pace tanto a quelli che erano lontani, quanto a quelli che erano vicini…

   I pastori, accorrendo da vicino lo stesso giorno della nascita, i Magi arrivando da lontano, hanno consegnato ai posteri due giorni diversi da celebrare, pur avendo ambedue contemplato la medesima luce del mondo.

   Oggi bisogna parlare dei Magi che la fede (questa fede cristiana universale, senza confini di razza, di cultura), ha condotto a Cristo da terre lontane, significando la diffusione della Chiesa di Cristo in tutto il mondo.

                                                                                        Da un sermone di Sant’Agostino, Vescovo

Immagine: Beato Angelico, L’Adorazione dei Magi, Armadio degli argenti, Firenze, Museo di S. Marco.

VIENI, SIGNORE, VIENI!

Domani si rivelerà

la gloria del Signore,

e ogni uomo vedrà la salvezza

del nostro Dio.

 

Dai libri
Le origini

di Origene, sacerdote

   Tra tutte le cose meravigliose che si possono dire del Cristo, ce n’è una che supera assolutamente l’ammirazione di cui è capace lo spirito umano, e la fragilità della nostra intelligenza mortale non sa come comprenderla o immaginarla: che l’onnipotenza della maestà divina, la Parola stessa del Padre, la Sapienza di Dio, nella quale sono state create tutte le cose – le visibili e le invisibili – si sia lasciata racchiudere nei limiti di un uomo apparso in giudea. Questo è l’oggetto della nostra fede; ma c’è di più. Noi crediamo che la sapienza di Dio è entrata nel seno di una donna ed è nata tra i vagiti e i pianti come tutti i mortali. E sappiamo che più tardi il Cristo ha conosciuto la paura della morte al punto da esclamare: “La mia anima è triste fino alla morte” (Mt 26,38), e che alla fine è stato condotto alla morte più ignominiosa, anche se poi è risuscitato il terzo giorno.

   Riscontriamo in lui contemporaneamente i lineamenti umani comuni alla nostra debolezza di mortali, e i lineamenti divini propri soltanto di quella natura sovrana e ineffabile. Di fronte a ciò l’intelligenza umana, troppo piccola, è presa da tale ammirazione da non sapere che dire e come orientarsi. Sa che Cristo è Dio, e tuttavia lo vede morire; se poi lo considera un uomo, ecco che lo vede risorgere col suo bottino di vittoria dopo aver distrutto il regno della morte.

   La nostra contemplazione, meditando nello stesso Gesù la verità delle due nature, deve procedere con riverente timore, evitando sia di attribuire cose indegne o sconvenienti all’ineffabile essenza divina, sia di considerare gli avvenimenti storici come apparenze illusorie. In verità spiegare tali cose a intelligenze umane e cercare di esprimere parole, è impresa superiore alle nostre forze e ai nostri meriti e supera l’intelligenza e le parole. Anzi, penso che superi le capacità degli stessi apostoli. Ancor più: la spiegazione di questo mistero trascende probabilmente tutto l’ordine delle potenze celesti.

Immagine: Chiesa di S. Sigismondo, Gervasio Gatti (1587), Il riposo durante la fuga in Egitto (particolare).

Solennità di Tutti i Santi

Alle fonti della vita”
di fr. Raffaele M. Ferrari, o.p., sacerdote

ed. Cateriniana, Roma

   I Santi, “che hanno amato il Signore, saranno ammantati di luce come un’aurora di profondi sereni” (Gdc. 5,31); brilleranno come firmamenti e come fulgidissime stelle nelle perpetue eternità (Dn. 12,3); saranno belli come i giorni di cielo (Sl. 88), al cui confronto tutta la poesia, tutta la solennità, tutto l’azzurro, tutti i colori, tutte le glorie del giorno terrestre non sono che evanescenze, ombre insignificanti, senza luce, senza armonia, senza vita, senza alcuna beltà: i Beati saranno veri soli in paradiso, incorruttibili, purissimi, fulgidissimi, abbaglianti, riverberanti l’infinita, l’eterna, l’amorosissima gloria del Creatore.  Anche il Vangelo afferma che essi “splenderanno come sole nel regno del Padre” (Mt. 13,43).

   … I Santi regneranno nell’ eternità dei secoli (Ap. 22,5). Nessuno potrà mai rapir loro la gioia (Gv. 16,22). Armonie che faranno trasalire il fondo dell’anima si riverseranno piene di amore dalle beatissime labbra, e canteranno la magnificienza della gloria santa (Sl. 144).

   Là tutto è bello della beltà dell’Amore, tutto è soave della soavità dell’Amore, tutto è giocondo della felicità dell’Amore, tutto è amabile dell’amabilità dell’Amore, tutto è vita eterna dell’eternità dell’Amore; tutto è infinitamente più vero, più reale e ideale di quanto possiamo desiderare e sognare.

   L’Angelico Dottore – S. Tommaso d’Aquino – compendia questo mistero di paradiso con un concetto sublime:

      I Santi sono in cielo totalmente beati della piena beatitudine,

      la quale è perfezione consumata che esclude ogni difetto,

      e perciò si comunica loro in modo immutabile

      per quella divina virtù che solleva l’uomo

      alla partecipazione dell’eternità trascendente ogni mutazione

      (I-II, q. V. a. IV, ad 1)

 

Immagine: Chiesa di S. Sigismondo, Bernardino Campi, Gloria del Paradiso, Affresco nella cupola.

Assunzione della Beata Vergine Maria

 

Cremona – Cattedrale. Sacrestia dei Canonici. Giulio Campi (c. 1500-1572). Stendardo professionale, olio su seta.

“Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!”

Se il figlio della Vergine è benedetto, come potrebbe non esserlo anche lei?
Il fondamento di tutti i suoi privilegi è la maternità divina. Profondamente coinvolta nell’incarnazione redentrice del figlio di Dio, Maria non può non partecipare allo stesso modo alla sua risurrezione.

 

 

SIGNUM MAGNUM