Clausura e missionarietà: intervista monache domenicane di S. Sigismondo

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Di seguito proponiamo l’intervista alle Monache Domenicane di S. Sigismondo, a Cremona, sul rapporto tra vita claustrale e missionarietà.

La clausura e la missionarietà della Chiesa: come si conciliano? «Rispondiamo a questa domanda innanzitutto con un aneddoto tratto dalla vita concreta di un monastero di clausura. Una comunità monastica si stava preparando alla professione solenne di una giovane monaca. Il sacerdote che l’aveva seguita nel suo cammino vocazionale chiese alla priora quale dono era opportuno per la circostanza. “Un mappamondo!”, rispose senza esitazione la priora. “Un mappamondo?” chiese stupito il sacerdote. “Sì, – aggiunse la priora – un mappamondo, perché la monaca deve avere costantemente davanti ai suoi occhi tutta l’umanità, simbolizzata nel mappamondo, e abbracciarla con la sua preghiera e l’offerta di sé”.
Ogni monaca infatti, sia nella preghiera liturgica che nell’orazione silenziosa, dice sempre al suo Signore: “Ti cerco, ti supplico, ti adoro, perché mi sollecitano i fratelli del mondo intero”. I fratelli chiamano dal dolore delle famiglie divise e spezzate, dall’instabilità politica ed economica, dal dramma dell’immigrazione, dalla crudeltà delle guerre. Chiamano la monaca e le chiedono di stare con Gesù e ad implorare per loro la salvezza. È la stessa chiamata che avvertono nel loro intimo i missionari che partono per terre lontane. Essi vogliono rispondere a popoli di diverse tribù, razze e culture, che chiedono di conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo.
Paradossalmente la vocazione missionaria e quella claustrale sono le più vicine e le più simili, due punti che si congiungono sulla circonferenza. Ogni claustrale potrebbe affermare che la sua scelta vocazionale si è giocata proprio su questo confine: “Entrare in monastero, o andare in missione”? Lo stare e il partire hanno infatti una radice comune: la RADICALITA’. Il monastero e la missione esigono gli stessi distacchi, gli stessi sacrifici, lo stesso dono di se stessi duraturo e totalizzante come lo è l’amore. Accomunati dalla stessa attrattiva di dare tutto e per sempre, le monache e i missionari si comprendono a vicenda senza fatica e senza incertezze.
La stima della Chiesa per la missionarietà delle suore di clausura è stata sancita in modo lapidario quando una giovane carmelitana, Teresa di Lisieux, è stata proclamata patrona delle missioni.

La claustrale e l’annuncio del Vangelo: evangelizzare se stessa è evangelizzare il mondo? «L’antico adagio: “Chi eleva se stesso, eleva il mondo”, può benissimo essere applicato anche all’evangelizzazione: “Chi evangelizza se stesso, evangelizza il mondo”.
Sappiamo che l’obiettivo dell’annuncio evangelico è la conversione; di conseguenza chi aderisce pienamente e sinceramente a Cristo mediante la fede, potenzialmente è un missionario. La vita di fede che scandisce l’esistenza della contemplativa è la radice nascosta di tutta l’opera di evangelizzazione. La claustrale non vede i risultati del bene che fa alle anime nel silenzio del chiostro; non ha la soddisfazione di veder realizzati i progetti per i quali spende la sua vita; non percepisce sensibilmente che ogni vittoria sul suo orgoglio, ogni rinuncia al peccato, ogni sforzo di conversione ispirato dall’amore è un’opera apostolica preziosissima per la vita della Chiesa. Tuttavia la monaca resta ferma nella sua “missione di fede”, pienamente convinta che “se evangelizza se stessa, evangelizza il mondo intero”.
Come ci insegna da sempre il Catechismo, il bene è diffusivo e non rimane racchiuso nei limiti di tempo e di spazio in cui viene compiuto. Così scriveva anni fa un missionario a una comunità di monache: “In ogni situazione difficile da affrontare io mi rivolgo a voi; se non con lo scritto, in spirito di preghiera, sull’onda divina della Comunione dei Santi che voi più di altri captate e vivete”.
L’opera della Redenzione compiuta da Cristo ha tanti aspetti e tante sfaccettature, ma l’elemento centrale è la relazione di Gesù con il Padre espressa nella lode perenne. In Gesù la preghiera non è un atto puramente privato che prepara o si aggiunge alla Redenzione. La preghiera di Gesù è redentiva in quanto incarna ed esprime un aspetto della Redenzione. La claustrale si inserisce in maniera speciale, in virtù della sua vocazione, nell’opera della Redenzione attraverso la sua diuturna preghiera, prolungando nel tempo la relazione d’amore di Gesù col Padre, affinché ogni uomo lo conosca.
Il disegno del Padre infatti è che tutti gli uomini siano salvi, e giungano alla conoscenza della verità. L’annuncio di questo messaggio di salvezza scaturisce dalla contemplazione del disegno di Dio. Se si dimentica questo, la predicazione perde il suo senso e prima ancora il suo sapore. Per conoscere e far conoscere il piano salvifico di Dio non basta parlarne, né sentirne parlare. È necessario lasciarsi possedere dalla Vita che esso contiene e trasmette. Ciò è possibile solo all’interno di un rapporto di preghiera adorante, sintonizzata sulla preghiera di Cristo.
Ecco perché le claustrali si collocano nel cuore della Chiesa e nel cuore dell’evangelizzazione: esse incarnano e prolungano quell’aspetto peculiare della vita di Gesù che è il nucleo centrale di ogni opera apostolica.

Siamo abituati a pensare la missionarietà come ad una grande opera da compiere a favore dei più bisognosi in terre lontane; come si spiega allora il fatto che anche nelle diocesi più remote e più povere del mondo i vescovi chiedono la presenza di monasteri di clausura? «La Chiesa è profondamente cosciente e senza esitazione proclama che vi è un’intima connessione tra la preghiera e la diffusione del Regno di Dio; tra la preghiera e la conversione dei cuori; tra la preghiera e la fruttuosa recezione del messaggio salvifico ed elevante del Vangelo” (Verbi Sponsa, 7). È questa la convinzione di fede che spinge i vescovi a chiedere dove non c’è, la presenza della vita contemplativa nelle loro diocesi; a custodirla con paterna premura dove già esiste.
L’esperienza ci insegna che sono proprio le diocesi più povere di sacerdoti e più sguarnite di mezzi ad “invocare” la benedizione di un monastero! “Le monache sono il motore della diocesi” diceva anni fa un Vescovo indonesiano a un missionario. “Senza un monastero la chiesa non è completa e non può esprimersi in tutta la ricchezza dei suoi carismi”, confidava un Vescovo della Sierra Leone.
Del resto, proprio là dove c’è un monastero di vita contemplativa e dove la preghiera si eleva incessante, sorgono più numerose e più perseveranti le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Lo ribadiva anche San Giovanni Paolo II nella lettera enciclica Redemptoris Missio: “Seguendo il Concilio Vaticano II, invito gli Istituti di vita contemplativa a stabilire comunità presso le giovani chiese, per rendere tra i non cristiani una magnifica testimonianza della maestà e della carità di Dio…Questa presenza è dappertutto benefica nel mondo non cristiano…” (n. 69).
Ma già nel 1200, molti secoli prima del Concilio Vaticano II e degli attuali documenti ecclesiali, San Domenico di Guzman aveva intuito che “per quanto urgente sia la necessità dell’apostolato attivo, i membri degli istituti interamente dediti alla contemplazione non devono essere chiamati a prestare l’aiuto della loro opera nei diversi ministeri pastorali” (can. 674). Fondando un Ordine apostolico e missionario, S. Domenico di Guzman volle associare alla “Santa Predicazione” dei suoi Frati la vita nascosta e orante delle sue monache. Le contemplative domenicane vivono unite a Cristo missionario del Padre, e perpetuano nella loro esistenza la compassione di S. Domenico per coloro che non hanno ancora ricevuto l’annuncio del Vangelo. Questo le rende a pieno titolo Apostole degli Apostoli e compagne nell’evangelizzazione attuata dai loro confratelli.
Il 6 gennaio 2008, a un mese di distanza dal nostro arrivo in Diocesi, nel monastero di S. Sigismondo il Vescovo Dante ha posto la clausura papale. Abbiamo voluto che fosse la Solennità dell’Epifania del Signore a segnare questo evento tanto significativo. Il mistero dell’Epifania, molto onorato nel nostro Ordine e rappresentato dal B. Angelico nei suoi affreschi, doveva essere non un segno di isolamento ma di evangelizzazione! Proprio la separazione claustrale dal mondo ci conduce nel cuore missionario della Chiesa, e diviene il luogo della comunione non solo con Dio ma anche con le membra della Chiesa».