Due importanti appuntamenti nel mese di gennaio: l’incontro con padre Giulio Albanese e il viaggio in Brasile di alcuni sacerdoti cremonesi

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Due appuntamenti importanti nel mese di gennaio per il Centro Missionario Diocesano. Abbiamo chiesto al responsabile, don Maurizio Ghilardi, di raccontarceli.

«Il primo appuntamento è quello del 16 gennaio alle ore 21 nel teatro della Parrocchia di Sant’Ambrogio. Per il mese della pace abbiamo pensato di invitare padre Giulio Albanese, missionario comboniano».

Chi è padre Albanese e che obiettivo ha la serata?

«Abbiamo dato un titolo alla serata: “Non c’è pace senza giustizia ma anche senza una seria informazione”. Padre Giulio infatti è direttore delle riviste “Popoli e Missione” e “Il Ponte d’Oro”, fondatore del MISNA: Missionary Service News Agency, esperto in comunicazioni e conoscitore del panorama geopolitico mondiale, membro del Comitato per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo della Conferenza Episcopale Italiana. Credo sia in questo momento la persona più adatta a parlare di costruzione della pace in un frangente dove l’Italia è il primo Paese esportatore di armi per l’Arabia Saudita. Credo che un po’ di sensibilizzazione non farà di certo male».

Perché proprio nel teatro della parrocchia cittadina di Sant’Ambrogio?

«Per questione di spazi e perché l’iniziativa è stata pensata anche con i sacerdoti dell’Unità Pastorale “don Primo Mazzolari” (Boschetto, Migliaro, San Giuseppe e Sant’Ambrogio) e la persona a cui è dedicata l’unità di parrocchie dice molto in proposito; rimane ovviamente una serata aperta a tutti».

Mentre il secondo appuntamento? Ce ne può parlare?

«Il 22 gennaio ripartiremo per il Brasile, alla volta di Salvador de Bahia e Serriña. La prima è la diocesi dove presta servizio don Emilio Bellani e la seconda don Giancarlo Regazzetti. Saremo cinque sacerdoti della nostra diocesi. Anche in questo caso ci sarebbero degli obiettivi da raggiungere, speriamo di poterli almeno imbastire. Sentendoci un po’ più a casa nostra, ora che il ponte tra la nostra e le loro diocesi, da mediatico che era, inizia ad essere un po’ più tangibile, speriamo di poter creare le condizioni per la prosecuzione di una collaborazione tra chiese sorelle. Ci abitano desideri, aspettative, progetti, curiosità e sappiamo che anche chi ci accoglierà è attraversato dai medesimi sentimenti e pensieri. Vorremmo anche poter creare un progetto che crei occasioni di servizio per i giovani della nostra diocesi. Insomma, è tutta una grande speranza!».

 

Un gruppo di giovani della nostra diocesi, la scorsa estate, ha vissuto l’esperienza di servizio a Salvador de Bahia. Vi proponiamo la loro testimonianza come accompagnamento in questo viaggio e come occasione di riflessione anche per chi non parte. 

Bagunça e abraço (confusione e abbraccio) sono le parole che meglio rispecchiano la situazione al nostro arrivo, la condizione in cui ci siamo trovati, l’aria che abbiamo respirato e le forti emozioni che ci hanno travolto.
Travolti, perché la favela gioca questo scherzo: non ti dà il tempo di capire, ti ritrovi anche tu nel mezzo della confusione, delle moltitudini di case (se così si possono definire) una sopra l’altra, di gente, di strade, di vie e viuzze che sembrano tutte uguali ma che, in realtà, hanno storie di umanità ben precise.
E così scopri che da sola per quelle vie non ci puoi andare perché è troppo pericoloso, anche se la strada è la stessa ogni giorno per arrivare a scuola dai bambini che ci aspettano, che è bene sempre non farsi notare molto per strada e che sull’autobus è meglio non parlare tra di noi in italiano per non attirare troppo l’attenzione; ma poi scopri anche ci sono persone così gentili che per strada ti fermano e si preoccupano se si vede il cellulare che hai in tasca, che vedendoci per l’ennesima volta passare davanti la loro casa, ci sorride salutandoci con qualche parola in un italiano stentato e che sull’autobus si preoccupa di farci scendere alla fermata giusta evitando ci perdessimo in questa megalopoli di più di 2 milioni e mezzo di abitanti.
Ecco bagunça è confusione, paura, disorientamento ma anche sorpresa, imprevisto e vicinanza… sì perché in questo oceano di umanità c’è posto per tutti e, nonostante il primo impatto possa sembrare molto duro, ciò che impressiona è il calore con il quale si viene accolti fin da subito!
Questa è la più grande contraddizione: ricevere così tanta umanità da sentirsi parte di una comunità, in un posto in cui ogni giorno si lotta aspramente per avere una vita dignitosa. Basti pensare a quelle famiglie che la domenica ci invitavano a pranzo e che facevano di tutto per farci sentire parte della loro famiglia o a quella signora che ci teneva a farci sapere che lei il canto italiano che facevamo sempre a messa l’aveva imparato!
Per quanto ci fossimo preparati e per quanto non fosse la nostra prima esperienza brasiliana, ci siamo dovuti scontrare con il nostro senso di impotenza e inutilità: tante volte abbiamo dovuto cambiare o annullare i nostri piani davanti ad imprevisti più forti di noi e spesso ci siamo domandati qual’era la nostra utilità lì, davanti a situazioni che non potevamo cambiare o migliorare. La risposta, come spesso avviene, ci è arrivata alla fine del nostro servizio quando tutte le persone che avevamo incontrato volevano assolutamente abbracciarci e salutarci!
Penso che in ognuno di noi, nelle nostre preghiere ci siano stati momenti in cui abbiamo chiesto a Dio di farci capire, che ci facesse vedere la direzione giusta in questa esperienza e alla fine il senso era questo: Dio ci stava chiedendo di stare e di essere prima che di fare o realizzare, di vivere e condividere con chi incontravamo sul nostro cammino e di affidarci piuttosto che preoccuparci, insomma ci stava chiedendo un salto di qualità: seminare con abbondanza e spreco il seme della presenza avendo fiducia che al raccolto ci avrebbe pensato Lui.
Noi ci abbiamo provato, magari non sempre ci siamo riusciti ma siamo tornati consapevoli di aver vissuto un’esperienza che potrà dar frutto quando meno ce lo aspettiamo.
Leggendo altre esperienze di giovani in terre di missione, c’è una frase che può riassumere bene ciò che abbiamo vissuto: “Dio non sceglie chi è capace ma rende capace chi sceglie”.