«Immaginare prospettive di futuro per oratori e pastorale giovanile». È questo l’obiettivo della due giorni per assistenti d’oratorio dal titolo “La difficile arte del cambiamento” che l’ufficio diretto da don Paolo Arienti ha organizzato da mercoledì 18 a giovedì 19 aprile presso la casa alpina “S. Omobono” a Francolini di Folgaria. La prima giornata è stata caratterizzata dalla relazione di don Angelo Manfredi, responsabile della pastorale giovanile della diocesi di Lodi e docente di storia della Chiesa, sul ruolo dell'oratorio dalla sua nascita ad oggi e sulle sfide che lo attendono nel futuro.
Manfredi ha individuato quattro grandi epoca di vita dell'oratorio nel tessuto ecclesiale lombarda: la sua nascita e il suo primo sviluppo all'inizio del Novecento con l'esclusiva partecipazione di bambini in età scolare, il suo consolidamento negli anni Cinquanta con una presenza più marcata di adolescenti e giovani, il suo ripensamento negli anni Settanta segnati dalla contestazione che però conducono ad una maggiore partecipazione alle attività dei giovani e infine questi ultimi decenni caratterizzati soprattutto dalla chiusura degli oratori femminili, da un costante aumento delle attività estive e da un'apertura maggiore alle famiglie giovani con bambini.
Manfredi ha poi focalizzato l'attenzione sul cambiamento degli ultimi anni elencando le possibile cause: il calo demografico, l'aumento delle attività in università con il conseguente disimpegno dei giovani, la partecipazione sempre più massiccia di famiglia con bambini piccoli che per certi versi tolgono spazio agli adolescenti, la riduzione del tempo libero dei ragazzi, il calo progressivo del clero.
Non mancano però dei punti di forza sui quali puntare per un futuro rilancio della proposta oratoriana: la presenza in ogni paese di una struttura oratorio, la visione positiva che esso conserva ancora nell'opinione della gente (luogo di accoglienza, aggregazione e formazione), lo stretto legame che esiste con le autorità e realtà civili che vedono nell'oratorio ancora un luogo educativo con il quale progettare insieme, la valutazione positiva delle persone sul prete come educatore e infine ancora una presenza massiccia, soprattutto d'estate, di ragazzi che lo frequentano.
Don Angelo, infine, ha "buttato" sul tavolo del dibattito alcune sfide aperte: la difficile convivenza tra giovani, adolescenti e famiglie, l'ancora debole correlazione tra oratori vicini, la delicata collaborazione con l'associazionismo cattolico, la latitanza della comunità cristiana che sembra delegare la cura dei ragazzi al solo prete attorniato da qualche collaboratore, l'inedito ruolo degli educatori professionali, la crescente necessità di momenti formativi separati tra maschi e femmine, la relazione con i nuovi cammini di iniziazione cristiana e non da ultimo l'improrogabile corresponsabilità di figure laicali che affianchino il sacerdote che non può più essere la figura monocratica.
A queste sfide, nel dibattito che è seguito, qualcuno ha chiesto di aggiungere anche i rapporti con le società sportive e l'eterna lotta tra una visione di accoglienza che spesso abbassa la proposta formativa e una visione fortemente educativa che spinge a limitare l'ingresso di chi non desidera sposare le finalità ultime dell'oratorio. |