Marina Corrida, editorialista e inviata di Avvenire, è intervenuta venerdì 27 gennaio al Centro pastorale diocesano di Cremona in occasione dell'annuale incontro per i giornalisti nella festa patronale. All'appuntamento erano presenti il vescovo Lafranconi, che ha guidato la preghiera iniziale e don Claudio Rasoli, direttore dell'ufficio diocesano per le comunicazioni sociali. È tradizione che alla fine di gennaio, per la festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti (24 gennaio), il vescovo di Cremona, mons. Dante Lafranconi incontri gli operatori della comunicazione operanti in diocesi. Un gesto di riconoscenza per un servizio fondamentale alla collettività e di sostegno per un'opera, difficile e faticosa, non da tutti gradita e apprezzata. Occasione anche di riflessione e di confronto su temi fondamentali come il rispetto della verità, la necessità di essere liberi da ogni condizionamento, l'impegno a costruire una società più giusta e più attenta alle persone più povere e bisognose.
Reinventare il mestiere del giornalista per dire cose che le immagini - ormai padrone assolute dell'informazione - non hanno ancora detto, non nascondere il male, ma nemmeno amplificarlo solleticando la morbosità dei lettori, cercare di educare al bene attraverso la via della bellezza e soprattutto recuperare spazi di silenzio per imparare il valore del discernimento e della riflessione. Così Marina Corradi, che ha letteralmente incantato la folta platea.
Gli interventi:
- intervento di don Claudio Rasoli: mp3 pdf
Il messaggio del Papa per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali
La riflessione di mons. Lafranconi
La mattinata si è aperta con la preghiera e la riflessione di mons. Lafranconi. Il presule ha anzitutto sottolineato che il silenzio - tema del messaggio del Papa per la prossima giornata mondiale delle comunicazioni e dell'intervento di Marina Corradi - è quanto mai necessario oggi per discernere ciò che viene da Dio e ciò che viene dall'uomo, ciò che è verità da ciò che è opinione, ciò che distrugge da ciò che costruisce. Per il vescovo Dante il fine ultimo della comunicazione è costruire una convivenza giusta e fraterna, per questo motivo il giornalista deve continuamente domandarsi, utilizzando anche ampi spazi di silenzio, se quello che comunica è per il bene di tutti.
In secondo luogo il silenzio aiuta a fare un passo significativo per giungere alla verità e a tal proposito il presule ha bollato come «decisamente immorali» i processi mediatici che si innescano ogni volta che accade un fatto di cronaca particolarmente efferato. Processi che esulano da una ricerca dell'oggettività del fatto, ma che si nutrono di opinioni, di pettegolezzi e di «sentito dire».
Le parole di benvenuto di don Rasoli
A fare gli onori di casa ci ha pensato don Claudio Rasoli, direttore dell'ufficio diocesano per le comunicazioni sociali. Il sacerdote ha manifestato la gratitudine dell'intera Chiesa cremonese per il servizio alla verità compiuto dai gionalisti: «Esso contribuisce - ha esordito - a umanizzare la società, a risvegliare nell'uomo la passione civile, l'anelito alla libertà, al rispetto della dignità di ogni persona, soprattutto se debola e indifesa. Se compiuto con retta intenzione, il mestiere del comunicatore è, in fondo, una forma alta di carità, alla pari del mestiere del politico, tanto per parafrasare Paolo VI».
Don Rasoli ha invitato poi a dare più spazio alle "belle notizie" poiché il male continuamente amplificato incupisce il cuore delle persone abituandole alle realtà più crude e ha messo in guardia dalla competizione nel dare per primi le notizie, senza i dovuti riscontri e approfondimenti. Infine il direttore dell'ufficio per le comunicazioni sociali ha evidenziato come i rapporti con la stampa locale siano ottimi e che le pretestuose accuse contro la Chiesa - come la polemica sull'ICI o sul finanziamento alle scuole paritarie - siano sempre state trattate con intelligenza e moderazione. Al termine del suo intervento don Rasoli ha manifestato solidarietà e vicinanza ai giornalisti e alle loro famiglie che in questi ultime settimane hanno perso il proprio posto di lavoro.
L'intervento di Marina Corradi
Marina Corradi ha esordito sottolineando quanto sia rischioso comunicare senza fermarsi a riflettere. Occorre prima di tutto come uomini e poi come giornalisti re-imparare a guardare e ascoltare, vincendo l'idolatria del comunicare che sta conquistando tutti: «Comunicare è un mezzo - ha spiegato Corradi -, lo stare insieme come uomini è il fine».
Partendo poi dalla constatazione che l'apporto del giornalista arriva dopo che i lettori hanno visto e rivisto le immagini dei fatti in questione, la relatrice si è domandata qual è il ruolo di chi comunica: «Rispetto a trent'anni fa il nostro lavoro è cambiato moltissimo. Oggi dobbiamo fare i conti con le immagini che arrivano prima delle parole. Cosa poter dire di più? Dobbiamo sforzarci di raccontare quello che non si vede. Ecco perchè c'è bisogno di una maggiore capacità di osservazione e di ascolto».
La Corradi poi ha evidenziato alcune stortura del mondo della comunicazione: l'amplificazione del male, la ricerca di capri espiatori, la dittatura dell'audience a discapito del buon gusto e della verità. «Nessuno può sentirsi innocente, non lo siamo noi giornalisti che abbiamo speso pagine e ore di programmi TV per raccontare il delitto di Avetrana, ma non lo è neanche la gente che perde tempo di fronte a questi spettacoli».
Più che amplificare il male occorre aumentare le occasioni di riflessione: «Come giornalisti cattolici dovremmo aiutare le persone a porsi di fronte il mistero del male, all'imprescrutabilità del disegno di Dio, al fatto che non siamo padroni dell'esistenza. Ma per noi è inammissibile pensare di non essere padroni».
La via per ricominciare a costruire una società più giusta la Corradi la individua nella "bellezza": «È necessario mostrare ciò che è bello della vita dell'uomo perchè soltanto questo affascina e conquista il cuore. Lo possiamo fare anche con i quindicenni».
La Corradi, infine, riflette su Vangelo e mass-media domandandosi: «Perchè il messaggio di Cristo, che è così potente, risulta perdente nel mondo mediatico? Credo soprattutto perchè esso stesso richiede che sia trasmesso da uomo a uomo, in un contatto diretto, personale».
È seguito un interessante dibattito soprattutto sul delicato versante dell'educazione delle nuove generazioni. La Corradi, incalzata dalle domande, ha risposto che l'educazione dei ragazzi è efficace se continuamente l'adulto si auto-educa e se, al posto di incompresibili proibizioni, mostra il lato bello e affascinante della vita, facendo proposte interessanti che impegnano il tempo e il cuore dei più piccoli. |