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 Linee di storia della Diocesi di Cremona
 
L'età della Riforma,
fino al Concilio di Trento
 

Tra il 1470 e il 1471 si colloca la prima visita alla diocesi di cui si conservino gli atti originali, compiuta dal vescovo Giovanni Stefano Bottigella (1466-1475).
L'Apparizione a Caravaggio: gruppo ligneo
(Santuario di Caravaggio) 
Non si tratta, come in altri casi, di una semplice ispezione di carattere disciplinare o amministrativo, ma di una vera e propria visita pastorale, un tentativo di sanare la decadenza morale e spirituale del suo tempo, che permette di collocare il Bottigella in quel movimento di riforma che ebbe il suo avvio, anche se lento e contrastato, già tra la prima e la seconda metà del XV secolo.

In questo periodo, del resto, si colloca anche la tradizione dell’apparizione della Vergine Maria a Caravaggio, nel 1432, un evento che diede l’avvio a una straordinaria devozione mariana che si consoliderà, su tutto il territorio diocesano, da Castelleone (la Misericordia) a Casalmaggiore (la Fontana), nei numerosi altri santuari che sorgeranno, tra il XV e il XVI secolo e anche oltre.

Sant'Antonio Maria Zaccaria  (Cremona 1502-1539)

L’epoca più fervida e più intensa è però il XVI secolo, quando la città – la seconda del ducato dopo Milano – visse la sua “età dell’oro”, per la floridezza economica, il fervore culturale e lo splendore delle espressioni artistiche. Dal punto di vista religioso, però, almeno per i  primi cinquant’anni, la situazione non fu così rosea: se è vero che il secolo si apriva, nel 1502, con la nascita di un santo, Antonio Maria Zaccaria, futuro fondatore dei Barnabiti, è altrettanto vero che, per il resto, si registrava quasi dovunque uno stato di decadenza e di abbandono.
 
Come se ciò non bastasse, tra il secondo e il terzo decennio, l’eresia luterana si diffuse rapidamente in tutta la diocesi, dapprima negli ambienti ecclesiastici, e poi, subito dopo, tra esponenti di tutti i ceti sociali, dai gentiluomini delle maggiori famiglie cremonesi, agli artigiani e contadini. Cremona fu, secondo quanto affermano gli studiosi, il massimo centro del luteranesimo lombardo nella prima metà del secolo. Proprio qui, occorre ricordarlo, venne pubblicata nel 1519 (e subito ristampata l’anno successivo) una delle prime opere di polemica antiluterana, la Revocatio Martini Luteri del domenicano Isidoro Isolani, a cui lo stesso Lutero risponderà nel De captivitate Babylonica del 1520. Una delle principali cause di questo grave stato di crisi è senza dubbio da ricercarsi nell’indifferenza e nell’inadempienza della gerarchia. Per circa 90 anni, infatti, salvo qualche breve interruzione, dal 1475 al 1560, la diocesi non conobbe vescovi residenti; essa veniva assegnata a cardinali o prelati della Curia Romana, che si limitavano a goderne le pingui rendite, governandola, svogliatamente, da lontano, tramite un vicario o un vescovo suffraganeo. Come tentativo di ovviare a tale situazione si deve registrare, nel 1549, un fatto curioso e, per quell’epoca, abbastanza insolito. Alla morte del vescovo Benedetto Accolti, approfittando del fatto che la sede romana era vacante, il Capitolo della Cattedrale, rifacendosi ad un’antica consuetudine, e sostenuto dal Consiglio della Città, designò un nuovo vescovo intenzionato a “far residenza” e chiese che da Roma venisse ratificata tale elezione. La scelta del Capitolo si era orientata verso un eminente concittadino, il vescovo di Alba, Marco Gerolamo Vida: umanista, autore di numerose opere in versi, sacre e profane (tra cui la Cristiade), egli era anche un vero pastore, sinceramente sensibile alle esigenze della riforma. Nel frattempo, però, Roma aveva già provveduto alla nomina del successore, che il nuovo papa, Giulio III, confermò, respingendo la designazione dei canonici cremonesi. Anche la scelta che Paolo III aveva compiuto poco prima di morire era comunque in sintonia col desiderio della città: l’eletto era il cardinale Francesco Sfondrati, già senatore del Ducato di Milano e diplomatico al servizio di Carlo V, uomo di notevoli qualità morali e di austero spirito riformatore. Rimasto vedovo, era stato indotto dallo stesso pontefice ad assumere lo stato ecclesiastico e, dopo aver rivestito importanti incarichi in Curia, era stato inviato a Cremona, intenzionato finalmente a risiedervi; ben accolto dalla città, anche per le origini cremonesi della sua famiglia, vi morì, però, poche settimane dopo il suo ingresso, nel luglio del 1550.

Soltanto dopo un altro decennio, nel 1560, la diocesi ebbe finalmente, con Nicolò Sfondrati (figlio del cardinale Francesco), un vescovo residente che,

Papa Gregorio XIV

con un trentennio di episcopato – fino al 1590, anno della sua elezione al pontificato col nome di Gregorio XIV – intraprese in modo organico e continuativo la riforma della vita religiosa. Di ritorno dal Concilio di Trento, durante il quale era stato uno dei più strenui sostenitori della necessità della residenza, lo Sfondrati giunse a Cremona animato dal desiderio di irraggiare nel clero e nel popolo della diocesi lo spirito tridentino. Sostenuto dal consiglio e dall’aiuto di Carlo Borromeo (col quale intrattenne sempre stretti rapporti anche epistolari) e seguendo l’esempio del suo zelo e della sua dedizione, lo Sfondrati convocò, innanzitutto, nel 1564, un Sinodo per l’accoglienza ufficiale dei decreti del Concilio, si interessò della formazione del clero, fondando, nel 1566, il seminario, secondo il modello tridentino, visitò ripetutamente, dal 1565 al 1590, la diocesi, preoccupandosi della disciplina del clero e della sua fedeltà ai compiti pastorali. Per promuovere la vita religiosa del popolo, oltre a combattere deviazioni ed abusi, Nicolò Sfondrati diffuse le Scuole della Dottrina Cristiana, stimolò l’erezione di confraternite laicali, appoggiò le fondazioni assistenziali e caritative e introdusse in diocesi alcune tra le nuove congregazioni di chierici regolari, in particolare i Somaschi, i Barnabiti e i Teatini, assegnando loro, come residenza, gli immobili già appartenuti al soppresso ordine degli Umiliati.

Carlo Borromeo

Sulla stessa scia proseguì il suo successore, Cesare Speciano (1591-1607), già segretario e poi procuratore a Roma di san Carlo Borromeo: di lui ci restano due sinodi e un’accurata visita pastorale. Durante gli anni del suo episcopato si registra anche l’introduzione dei Gesuiti, chiamati a collaborare nell’educazione della gioventù, nella formazione del clero e nella predicazione, anche con “missioni” periodiche nei centri rurali.

 

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