Il Papa in Bangladesh incontrerà i musulmani sfollati Rohingya, nel campo Balukhali, nella zona di Coxsbazar in Bangladesh al confine con il Myanmar: sono almeno 650mila i civili che hanno attraversato la frontiera

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Ci sarà spazio anche per un incontro con un piccolo gruppo di Rohingya (ma a Dacca, in Bangladesh, il primo dicembre) e a Yangon con il capo dell’esercito del Myanmar, generale Min Aung Hlaing (il 30 novembre), nell’agenda del viaggio che il Papa compirà nei due Paesi asiatici da domenica 26 novembre a sabato 2 dicembre. Lo ha annunciato ieri il direttore della Sala Stampa vaticana, Greg Burke, incontrando i giornalisti che parteciperanno al volo papale. I due nuovi appuntamenti, oltre a quello con i rappresentanti delle minoranze religiose a Yangon, capitale dell’ex Birmania, si aggiungono al programma ufficiale della doppia visita, 21° viaggio internazionale di Francesco, che fa salire a 31 il numero dei Paesi finora toccati dal Pontefice.Al di là di alcune difficoltà organizzative (non ci sarà la diretta di tutti gli appuntamenti del Papa, ha anticipato Burke, defininendo l’itinerario old fashioned), il viaggio si annuncia delicato, ma anche molto interessante, proprio a causa della complessa situazione della minoranza islamica Rohingya, perseguitata e costretta a trovare rifugio in Bangladesh (dove so- no 650mila gli sfollati in condizioni di povertà estrema). Persone a favore delle quali Francesco ha più volte levato la sua voce.Il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, ha recentemente consigliato al Papa di non usare il termine Rohingya durante il viaggio, ma anche di includere gli incontri con le minoranze religiose e con il generale Min Aung Hlaing. Queste due ultime richieste sono state accolte. Sulla prima, ha detto Burke, «aspettiamo e vediamo che cosa dirà il Papa». Sicuramente, ha aggiunto il portavoce vaticano, «il Santo Padre vuole portare ovunque un messaggio di riconciliazione, di pace e di perdono ». La questione si intreccia anche con la situazione dei cattolici che nei due Paesi sono una sparuta minoranza. Poco più dell’uno per cento tra i 51 milioni di abitanti del Myanmar (il 91 per cento dei quali buddisti), nazione per 60 anni oppressa da una dittatura militare, che ora ha lasciato il posto a un governo formalmente democratico (il presidente de facto è il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi), in cui però i militari continuano a contare parecchio, come si è visto anche nella recente escalation di violenza ai danni dei Rohingya. Ancora di meno – lo 0,24 per cento – tra i 160 milioni di bengalesi, al 98 per cento islamici. «Aiutare delle piccole Chiese e Paesi in transizione (verso la democrazia il Myanmar, verso lo sviluppo il Bangladesh, ndr) sono gli scopi principali dell’itinerario papale», ha spiegato ieri Burke. E infatti, Papa Francesco pronuncerà 11 discorsi e benedirà tra le altre cose a Yangon le prime pietre di 16 nuove chiese, del seminario e della nunziatura (i rapporti diplomatici sono stati allacciati solo nel maggio scorso). Inoltre concluderà sia la tappa birmana, sia quella bengalese con un incontro con i giovani. «Un segno di speranza», ha concluso il portavoce vaticano.

MIMMO MUOLO

Da “Avvenire”, 23 novembre 2017