Un prete dietro le sbarre, la testimonianza di don Marco Pozza a Sospiro

Nella chiesa di San Siro la serata con il cappellano del carcere di Padova: “Qui sperimento l’inferno ma anche la grazia più grande”
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Don Marco non è un prete convenzionale. E la sua parrocchia non è da meno. Conta 850 anime, racchiuse in poche centinaia di metri quadrati fatti di porte blindate, chiavistelli, sbarre ma anche di orto, cucina, libreria. E’ il carcere  “Due Palazzi” di Padova, costruito negli anni Ottanta e oggi uno dei più conosciuti in Italia.

Qui don Marco Pozza vive da oltre dieci anni, “sperimentando l’inferno, quello vero”.  Lo ha raccontato ieri sera a Sospiro, in una chiesa gremita e in attento ascolto. Due ore di racconto serrato di sé e dei suoi amici carcerati, “quelli che un tempo io, cresciuto nel Nord Italia dove si lavora e non si guarda di buon occhio chi sgarra, definivo bestie. Ma un giorno Dio mi ha teso un agguato. Siccome non riusciva a fare di me un ragazzo umile, mi ha umiliato. Per amore, mi ha umiliato”. Quella mattina il sacerdote veneto, fresco di nomina, riceve la chiamata del suo amico don Giovanni – allora cappellano nella casa circondariale di Regina Coeli. Gli chiede di poter celebrare messa al posto suo, ché deve seguire Benedetto XVI in viaggio ed è impossibilitato. “Entrai in quel carcere e quella che per me è stata una rivoluzione  è diventata una rivelazione, perché appena ho iniziato a dire messa ho incrociato gli sguardi di uomini che dalle braccia del carcere guardavano fissi al Cristo. E mi sono vergognato di me, di quando  li ritenevo bestie”. Uscito da lì, chiede ed ottiene dal vescovo di Padova di poter proseguire la sua vita di sacerdote al fianco dei carcerati.

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“Per diventare veramente uomo, dovevo avere il coraggio di ammettere di aver sbagliato bersaglio, tornare indietro e imparare l’obbedienza dentro la sofferenza. Oggi sono parroco di 850 uomini che nella vita hanno fallito il bersaglio esattamente come me. E che scontano la loro pena fino in fondo, con responsabilità. Perché la responsabilità è l’altra faccia della libertà”. Don Marco racconta di aver incontrato Dio in questi volti: i volti di Antonio, Jacopo, Filippo, detenuti che hanno commesso reati atroci eppure -ha ricordato citando San Giovanni Bosco – “anche nel peggior delinquente c’è un punto di luce”. Racconta di loro ripercorrendo insieme ai presenti la parabola del figliol prodigo, soffermandosi sul momento in cui il figlio che se ne era andato (“era andato fuori, fuori di sé”), torna (cioè “torna in sé, torna alla casa di suo padre”).  Quel giovane – esattamente come ognuno dei suoi detenuti – aveva perso la bussola, aveva toccato il fondo e poi – pieno di vergogna – era tornato a casa. E suo padre vedendolo si commuove, gli corre incontro, gli getta le braccia al collo e fa ammazzare il vitello grasso per festeggiare il suo ragazzo ritrovato. “Abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci guardi, di uno sguardo che ci faccia sentire vivi, unici”.

Poi don Marco si sofferma sulla parola vergogna (perché “la vergogna porta alla misericordia e papa Francesco ci dice sempre che la vergogna è la grazia più grande da chiedere a Dio) e sul peccato più grande di tutti: il non saper gioire per gli altri come dimostra il fratello del figliol prodigo, “uno che non aveva mai sbagliato nella vita ma che non riesce a provare compassione, gioia ed è in ultima analisi triste”. E’ un invito alla riflessione per tutti. “Ho capito cosa intendeva papa Francesco quando parlava della Chiesa come un ospedale da campo. Perché quando sei in un ospedale da campo, in guerra, e arriva un ferito tu non stai a chiedergli conto di quanto alto ha il colesterolo o dei suoi valori del sangue: gli salvi la vita. Poi farai tutti gli esami del caso. Per farlo ci vuole misericordia e questo vale per tutti ovunque. Anche in carcere, perché senza misericordia non c’è vera giustizia”.

La serata si chiude con il commovente video di Antonio, oggi sacrestano del carcere, un passato da mafioso. Nato a Scampia in una famiglia perbene, studia poco e lavora molto come fiorista nel negozio della mamma. Ma quando la donna muore giovane, il 18enne vive un momento buio. Il padre poco dopo si risposa e non basta l’affetto suo e dei fratelli a sistemare le cose. “Quando mio padre si mise con Maria, mi sembrò come se tradisse mia madre. Me ne andai di casa. Non mi mancava nulla eppure il demonio mi ha fregato: io ci sono caduto”.  Con la giustizia Antonio ha trentuno anni da scontare. In quanto ad onestà, è in fase di perpetua accelerazione. Quando parla, chiude gli occhi: dice di vederci meglio e continua a raccontare in napoletano quale sia il suo inferno. “È così: il male ti tira. È un buco che non sbuchi. Ti ammazzano. Non so come, mi sono rovinato la vita. Facendo il fioraio potevo avere tutto e invece ho scelto altro. Ma non era vita. Capisci perché si chiama malavita?”. Infiniti cambi di residenza dietro le sbarre. Da Poggioreale a Secondigliano, giusto davanti casa. Poi a Padova, sua attuale residenza. Nato giardiniere, nel carcere di Padova è l’addetto alle verdure. Di domenica, poi, arrotonda lo stipendio che non c’è: fa il chierichetto a don Marco. Che confessa: “Adesso non sarei più capace di celebrare messa senza di lui. Antonio, il giardiniere, è il mio piccolo diavolo custode. Sbagliare è umano. Ammetterlo è sovrumano”.

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