L’estate di alcune giovani in Senegal

Dal 13 al 30 agosto a Marsassoum (Kolda) attraverso la proposta delle Suore Adoratrici
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Dal 13 al 30 agosto alcune giovani vivranno una speciale esperienza di volontariato in Senegal, attraverso la proposta fatta anche per questa estate delle Suore Adoratrici del SS. Sacramento di Rivolta d’Adda, che qui in Africa operano ormai di parecchi anni.

In Senegal, nello specifico, le Adoratrici sono presenti dal 1977 in due comunità: a Dakar e nel piccolo villaggio di Koudiadiene (Thies); inoltre dal 2010 sono presenti anche a Marsassoum (Kolda). Accanto ai padri Sacramentini svolgono il proprio servizio presso il dispensario, la scuola materna ed elementare e dedicandosi alle opere parrocchiali.

Per le giovani che hanno scelto di partire per il Continente nero sarà l’occasione per svolgere attività di animazione e collaborazione presso il centro estivo della parrocchia dei padri Sacramentini nel villaggio di Kuodiadiene. Ma non mancheranno neppure escursioni culturali per cogliere e scoprire il patrimonio storico del popolo senegalese. Questo in particolare visitando alcune famiglie del villaggio e i poveri nel circondario. Inoltre faranno tappa in alcuni luoghi significativi per la storia di questa nazione e, tempo permettendo, anche in alcuni luoghi naturalistici meravigliosi.

Ogni giorno sarà sostenuto dalla condivisione della Parola di Dio, dalla preghiera delle lodi e dei Vespri e dalla partecipazione all’Eucaristia celebrata nella comunità parrocchiale.

Protagoniste di questa esperienza saranno Anna, Elena, Maddalena e Anna, che in questo video hanno deciso di condividere le attese, i desideri, la passione, lo spirito di ricerca che anima i giorni nell’attesa della partenza.

 

«Alcune persone – racconta suor Veronica Sanvito – ci domandano: “Perché partite per l’Africa se ormai l’Africa è qui da noi?”. E ancora: “Non potete spendere il vostro tempo qui in Italia in un’esperienza di volontariato?”. Certamente tante sono le esperienze di volontariato anche con gli immigrati che si possono vivere in Italia nelle varie associazioni e strutture presenti sul nostro territorio. Ma incontrare l’ “altro diverso da me” nella sua terra di origine, nel suo paese, nelle sue abitudini, nella sua lingua, nella sua casa, nel suo vivere: questo fa la differenza. Rendersi conto che noi siamo gli stranieri, i “diversi” in una terra “non nostra”, obbligati a parlare una lingua “non nostra”, a vivere in un ambiente con regole, abitudini, tempi, leggi “non nostre”. Sentirci a volte spaesati e incapaci di muoversi e bisognosi di chiedere anche le cose più semplici. Credo che questo faccia la differenza!».

Dunque questa esperienza di volontariato potrà anche essere un’occasione per imparare a entrare in “punta di piedi”. «Nella loro modalità – continua ancora suor Veronica – di vivere i valori della relazione, del dialogo, del salutarsi ogni volta che ci si incontra, del perdere tempo per l’altro, del considerare l’ospite importante a tal punto da non poterlo mai mandare via di “casa” a mani vuote…entrare in “punta di piedi” nella loro storia, nel modo di vivere il rapporto con la morte…questo fa la differenza». E condividere questi valori con l’atteggiamento dello stupore, della meraviglia, della curiosità, del rispetto, con amore.

Se in coloro che partono c’è sicuramente il desiderio di conoscere e vedere una nuova realtà, c’è però anche l’amore per la persona umana. «Coloro che partono – afferma ancora la religiosa – sentono dentro una forza, una “voce” potremmo dire che li invia. Coloro che partono si sentono inviati! Ed è fondamentale questo “essere invitati”: non si va in missione con la presunzione di essere protagonisti, bravi…no! E se anche così fosse si scoprirà che non siamo noi “i bravi” ad andare, ma ci renderemo conto che tanto si riceve in sguardi, sorrisi, dialoghi, incontri… Si è contagiati a 360 gradi dalla bellezza della vita di comunione nella diversità più totale; ci si rende conto che non sappiamo tutto perché abbiamo avuto la possibilità di studiare, ma che tanto abbiamo da imparare dalla genialità di coloro che sanno utilizzare ogni minima cosa per vivere, per ripararsi dalla pioggia, per sedersi, per suonare, per giocare, etc.».

Ultimo, ma non certo per importanza, è ciò che amalgama tutto quanto: Cristo. «Solamente ricordandoci che in Cristo – conclude suor Veronica Sanvito – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo. Allora non vivremo da protagonisti, ma ogni giorno potremo vivere in quell’atteggiamento di accoglienza, disponibilità e apertura di cuore che ci destruttura, ci provoca, ci inquieta mettendo a nudo le nostre paure, le nostre fragilità, il nostro peccato. Alla fine di un’esperienza missionaria ci si trova soltanto in un atteggiamento di profonda gratitudine verso il Signore e verso tutte le persone che abbiamo incontrato, che ci hanno accolto, che ci sono venute incontro, perché sono state per noi occasione, ancora una volta, di riconoscerci persone come loro, figli di un Padre che ha il profondo desiderio di vederci vivere in comunione e salvi».

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