Il Papa agli operatori sanitari: difendere la vita dei più indifesi, non prevalgano i costi

Ricevuti in Sala Clementina 300 membri dell'Associazione Cattolica Operatori Sanitari. Il malato non è un numero nè una macchina, mentre l'obiezione di coscienza va compiuta con rispetto e dialogo
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“Difendere e promuovere la vita, a partire da coloro che sono più indifesi o bisognosi di assistenza perché malati, o anziani, o emarginati, o perché si affacciano all’esistenza e chiedono di essere accolti e accuditi”. Questo, spiega Papa Francesco, è l’intento che condivide con i membri dell’Associazione Cattolica Operatori Sanitari (Acos), ricevuti questa mattina nella Sala Clementina per i 40 anni dalla fondazione. “Un servizio insostituibile”, afferma il Papa, che ha permesso all’Acos “di operare in questo tempo per il miglioramento del sistema sanitario e delle condizioni di lavoro di tutti gli operatori sanitari, oltre che per la condizione dei malati e dei loro famigliari, i quali sono i primi destinatari del vostro impegno”.

I problemi etici della tecnologia

“Negli ultimi decenni”, infatti, “il sistema di assistenza e di cura si è trasformato radicalmente”, cambiando il modo di intendere la medicina e il rapporto stesso con il malato”. “La tecnologia ha raggiunto traguardi sensazionali e insperati”, ponendo tuttavia “in modo sempre più forte problemi di carattere etico”

Molti ritengono che qualunque possibilità offerta dalla tecnica sia di per sé moralmente attuabile, ma, in realtà, di ogni pratica medica o intervento sull’essere umano si deve prima valutare con attenzione se rispetti effettivamente la vita e la dignità umana. La pratica dell’obiezione di coscienza, che oggi si mette in discussione, nei casi estremi in cui sia messa in pericolo l’integrità della vita umana, si basa quindi sulla personale esigenza di non agire in modo difforme dal proprio convincimento etico, ma rappresenta anche un segno per l’ambiente sanitario nel quale ci si trova, oltre che nei confronti dei pazienti stessi e delle loro famiglie.

Rispetto e dialogo nell’obiezione di coscienza

L’obiezione di coscienza, ribadisce il Papa, va tuttavia “compiuta con rispetto, perché non diventi motivo di disprezzo o di orgoglio per non generare in chi vi osserva un uguale disprezzo, che impedirebbe di comprendere le vere motivazioni che ci spingono”. Importante è poi cercare il dialogo, “soprattutto con coloro che hanno posizioni diverse”, non salendo in cattedra, ma cercando di trasmettere il proprio punto di vista, “come chi cerca il vero bene delle persone”.

Farsi compagni di viaggio di chi ci sta accanto, in particolare degli ultimi, dei più dimenticati, degli esclusi: questo è il miglior modo per comprendere a fondo e con verità le diverse situazioni e il bene morale che vi è implicato. Questa è anche la via per rendere la migliore testimonianza al Vangelo, che getta sulla persona la luce potente che dal Signore Gesù continua a proiettarsi su ogni essere umano.

I malati sono persone, non numeri

Gesù, infatti, ci ha fatto sentire il tocco e la voce di Dio ed ha insegnato che ogni individuo, soprattutto chi è ultimo, “non è un numero, ma una persona, è una persona unica e irripetibile”.

Proprio lo sforzo di trattare i malati come persone, e non come numeri, deve essere compiuto nel nostro tempo e tenendo conto della forma che il sistema sanitario ha progressivamente assunto. La sua aziendalizzazione, che ha posto in primo piano le esigenze di riduzione dei costi e razionalizzazione dei servizi, ha mutato a fondo l’approccio alla malattia e al malato stesso, con una preferenza per l’efficienza che non di rado ha posto in secondo piano l’attenzione alla persona, la quale ha l’esigenza di essere capita, ascoltata e accompagnata, tanto quanto ha bisogno di una corretta diagnosi e di una cura efficace.

L’importanza della spiritualità

La guarigione, spiega ancora il Papa, “passa non solo dal corpo, ma anche dallo spirito, dalla capacità di ritrovare fiducia e di reagire”, per cui “il malato non può essere trattato come una macchina, né il sistema sanitario, pubblico o privato, può concepirsi come una catena di montaggio. Le persone non sono mai uguali fra loro, vanno capite e curate una per una. Il rischio, con un’impostazione di questo tipo, è poi che anche gli operatori sanitari diventino un numero, “bruciati” da turni di lavoro troppo duri, dallo stress delle urgenze o dall’impatto emotivo”. E’ importante quindi che gli operatori sanitari abbiano tutele adeguate e investano sulla formazione, che non sia “solo confronto, studio e aggiornamento, ma ponga una particolare cura alla spiritualità, in modo che sia riscoperta e apprezzata questa dimensione fondamentale della persona.

Michele Raviart

(Fonte: VaticanNews)

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