Il mondo guarda a Mazzolari, costruttore di pace

Nella sede Unesco di Parigi la figura e il messaggio di don Primo ripresi nella prolusione del card. Parolin, segretario di Stato Vaticano, e negli interventi del vescovo Napolioni e don Bruno Bignami
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“Don Primo Mazzolari fu un vero costruttore di pace. I suoi insegnamenti ci ricordano che la pace è un bene che deve essere chiesto per tutti, anche per coloro che non lo meritano, che è frutto dell’impegno di tutti gli uomini di buona volontà”, “che non può essere imposta ma offerta”. È il Segretario di Stato card. Pietro Parolin, a indicare lo spessore della figura del sacerdote cremonese aprendo giovedì 29 novembre a Parigi, presso l’Unesco, il congresso internazionale su “il messaggio e l’azione per la pace di don Primo Mazzolari”.

A presentare il convegno organizzato da Missione Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO e Diocesi di Cremona con il patrocinio dell’Unesco e la collaborazione della Fondazione Mazzolari è stato mons. Francesco Follo, Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Unesco, alla presenza nella grande sala di una nutrita presenza di rappresentanze diplomatiche (in prima fila anche l’ex premier Enrico Letta) e media, tra cui il dott. Giacomo Ghisani, vice direttore della Segreteria per le Comunicazioni del Vaticano. Presenti anche circa 130 pellegrini cremonesi, tra cui il prefetto Paola Picciafuotchi, il sindaco di Cremona Gianluca Galimberti e il primo cittadino di Bozzolo Giuseppe Torchio.

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II vescovo Napolioni: “Una fonte cui attingere ragioni di impegno e speranza”

Ad aprire i lavori è stato poi il vescovo di Cremona Antonio Napolioni che ha presentato la figura do don Primo portando il saluto della diocesi: “Don Mazzolari è un uomo di periferia: Cremona è periferia della Lombardia. Le sue parrocchie di Cicognara e di Bozzolo, in provincia di Mantova, sono periferie d’Italia, oggi come allora. Ma diviene uomo dallo sguardo senza confini”.

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Il vescovo ha tracciato le linee biografiche di Mazzolari, affermando:

“Oggi guardiamo alla vita e al pensiero di don Mazzolari come a una fonte, cui attingere ragioni di impegno e speranza.

Ci aiuta a farlo il magistero di Papa Francesco, che ha sorpreso tutti recandosi il 20 giugno 2017 a Bozzolo, per pregare sulla tomba di un parroco di campagna. Quel giorno, il Papa così concludeva il suo discorso: ‘Se doveste riconoscere di non aver raccolto la lezione di don Mazzolari, vi invito oggi a farne tesoro. Il Signore, che ha sempre suscitato nella santa madre Chiesa pastori e profeti secondo il suo cuore, ci aiuti oggi a non ignorarli ancora. Perché essi hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni’”. Napolioni ha concluso: “Siamo qui oggi, sotto gli occhi del mondo e della sua ricerca di pace, per fare ancora tesoro di quella lezione”.

Card. Parolin: “Ha compreso che tra Vangelo e violenza la distanza è abissale”

“Riflettere su come il pensiero e l’azione di questo sacerdote”, don Primo Mazzolari, “può aiutarci tutti a vivere il nostro tempo con coraggio e aiutare a costruire ciò che Papa Francesco chiama la civiltà dell’amore”.

E’ poi nelle parole pronunciate nella sua prolusione dal Segretario di Stato Vaticano card. Pietro Parolin, che si spiega l’obiettivo del congresso internazionale presso la sede di un organismo laico ma aperto e attento al dialogo tra culture e religioni come l’Unesco.

Il cardinale, aprendo i lavori, ha ripercorso la vita di questo sacerdote che, avendo “affrontato il dramma della guerra” prima come soldato semplice poi come cappellano militare, ha maturato “convinzioni che lo condurranno a diventare un costruttore di pace del XX secolo”.

È la “dura realtà della guerra” che “lo aiuta a comprendere che tra il Vangelo e la violenza la distanza è abissale”.

Guarda l’intervista al card. Parolin

Dagli anni dei regimi totalitari in cui Mazzolari

“ha avuto il coraggio di opporsi con forza a tutte le forme di ingiustizia e razzismo”, al sostegno alla Resistenza “come esercizio di una coscienza che voleva preservare l’umanità dall’incubo della violenza”;

dalle indicazioni nel periodo della seconda guerra mondiale sul discernimento del “bene e vero” in una “realtà che non è mai limpida”, all’impegno per l’educazione della coscienza (“il mito del dovere come esattamente opposto al primato della coscienza morale”) o la convinzione della necessità di una istituzione sovranazionale come garante di pace.

Parolin ha ricordato come lo stesso Papa Francesco ne abbia visitato la tomba a Bozzolo il 20 giugno 2017, “per commemorare questa straordinaria figura di sacerdote e profeta”. Dei suoi scritti Parolin ha detto sono “una miniera alla quale possono aspirare ricercatori, intellettuali e uomini di buona volontà”. Dall’esperienza di don Primo il cardinale ha ricavato “tre lezioni di vita”:

“La pace nasce da un dialogo tra gli uomini”, quando “i cuori e gli arsenali sono disarmati”;

“la pace nasce dal fatto che l’educazione non è e non dovrebbe mai essere vista in modo puramente utilitaristico”, ma come “trasmissione di saggezza”, “apprendimento del significato della vita”;

“la pace nasce dall’impegno di tutti a vivere la storia con amore” con un “impegno concreto, personale”.

“Siamo convinti che”, le ultime parole del cardinale, “come ha sostenuto don Mazzolari, la pace deve rimanere la costante ostinazione dell’uomo. In ogni momento e per tutte le persone”.

Don Bignami: “oltre la teoria della guerra giusta”

Tra gli altri interventi anche quello di don Bruno Bignami, postulatore della causa di beatificazione, presidente della Fondazione Mazzolari e Direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei.  “Don Primo Mazzolari è figlio del suo tempo. – ha detto – Anche per quanto riguarda la riflessione sulla pace, ha risentito degli insegnamenti della Chiesa prima del Concilio Vaticano II. Gli studi compiuti nel seminario di Cremona lo hanno inserito nel solco della tradizione teologica che ragionava servendosi della teoria della ‘guerra giusta’”; “l’idea di fondo era quella di limitare il più possibile il ricorso alla guerra come strumento di soluzione delle controversie. Don Mazzolari ha appreso quel principio, ma l’ha trovato insufficiente alle esigenze del messaggio evangelico. Si trova così a rivedere gradualmente le proprie posizioni che da interventiste, alla vigilia della Grande Guerra, si fanno sempre più radicali di opposizione al conflitto. Scriverà nel 1955 a proposito delle sue posizioni resistenziali: ‘Non avrei potuto fare diversamente con davanti il Vangelo e l’esperienza della guerra’”.

“Possiamo trovare nel suo percorso tre conversioni che lo hanno condotto al pacifismo:

la fraternità come senso del vivere umano, il dialogo come forma di condivisione della vita e il modello di umanità come esperienza di credibilità”

Cosa rimane del messaggio di don Mazzolari? – si è poi chiesto don Bignami nella sua relazione a Parigi. “In primo luogo occorre riconoscere che la sua voce ha trovato eco nell’insegnamento della Chiesa. Si pensi all’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII (1963) e alla Costituzione del Concilio Gaudium et spes (1965). Non presentano più il concetto di guerra giusta e sembrano suggerire un nuovo modo di affrontare il tema della pace”. Emerge “una nuova visione dei rapporti tra i popoli, in termini di ‘interdipendenza’ della comunità umana”.

“Possiamo affermare che Mazzolari ha saputo aprire una strada che solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1959, la Chiesa ha avuto il coraggio di percorrere”.

A un secolo di distanza dalla conclusione della prima guerra mondiale, “sarebbe interessante leggere in parallelo il messaggio di don Mazzolari con l’omelia proclamata da Francesco al Sacrario militare di Redipuglia il 13 settembre 2014. Afferma: ‘La guerra stravolge tutto, anche il legame tra i fratelli. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione’. Mazzolari “continua a parlare anche a noi che siamo radunati in questa Sede dell’Unesco in un’epoca in cui assistiamo a una guerra dislocata ‘a pezzi’ in varie parti del mondo. Non possiamo chiudere gli occhi e dimenticare sofferenze e ingiustizie che alimentano sete di vendetta”. La pace “si fonda sul riconoscimento della fraternità dell’altro. Solo allora i cuori si disarmano e gli arsenali perdono valore”.

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