Don Luisito Bianchi, operaio della gratuità (FOTO E AUDIO)

Sabato 4 maggio a Cascina Moreni convegno sulla figura del prete-operaio vescovatino guardando anche al progetto di Casa Doreàn
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Tratteggiare la figura di don Luisito Bianchi, sacerdote  scrittore, insegnante e traduttore, prete-operaio e poeta non è facile. Ci hanno provato nel pomeriggio di sabato 4 maggio a Cremona alcuni relatori d’eccezione, presenti a Cascina Moreni per il seguitissimo convegno “Il profilo profetico di don Luisito Bianchi”, coordinato dal direttore del quotidiano “La Provincia” Marco Bencivenga e introdotto da Angelo Baronio, coordinatore scientifico di Fondazione Dominato Leonense. Presente anche il vescovo Antonio Napolioni.

Il carismatico sacerdote cremonese è noto soprattutto per il suo capolavoro “La messa dell’uomo disarmato” – romanzo cristiano sulla Resistenza – e per le sue prese di posizione per una Chiesa povera accanto ai poveri.

Dopo la morte avvenuta nel 2012 la famiglia, gli amici di Vescovato (suo paese natale) e dell’abbazia Viboldone (Milano), dove visse per anni come cappellano, la Fondazione Dominato Leonense e Cassa Padana hanno posto le basi per un centro culturale a lui intitolato. Si chiamerà Casa Doreàn, il nome che don Luisito dette a un cane trovatello poi donato a una comunità. Doreàn, che significa gratuitamente, in gratuità, è anche il nome che identifica l’esistenza e il ministero di questo uomo eccezionale.

“Eccezionale ma non catalogabile”, come ha ben spiegato don Luigi Maria Epicoco, teologo, scrittore e docente di filosofia alla Pontificia Università Lateranense.  “C’è una frase del Vangelo che dice che una lampada viene accesa non per essere nascosta, ma per essere posta in alto perché illumini tutta la stanza. E noi oggi dobbiamo non solo riconoscere la luce di don Luisito, ma metterlo in alto per far sì che la sua luce sia condivisa con gli altri. Perché ha ancora moltissimo da dire”. Il giovane teologo si sofferma sull’incontro – particolarissimo – tra la figura di questo prete-operaio e Luigi Pettinati, storico direttore della Cassa Padana. Due mondi che sembrerebbero inconciliabili si incontrano. “Un po’ come accadde quando 800 anni prima, un certo Francesco di Assisi si recò a Il Cairo per incontrare il Sultano”. Un’infinita distanza colmata da un uomo che sapeva di andare a morire e invece riuscì in un dialogo e tornò a casa vivo e più ricco di prima. Ed e quello che è successo nella vita di don Luisito. “Di lui dicono che fu prete, poeta, teologo, lavoratore… ma tutte queste categorie non racchiudono il mistero di quest’uomo profondamente originale. Viviamo in un tempo in cui per essere accettati dobbiamo sempre assomigliare e muoverci dentro confini precisi mentre lui ha abitato il confine, la periferia. La storia della chiesa e di tutta l’umanità è fatta da persone così. Don Luisito è un mistero: c’è in lui qualcosa che sfugge sempre. È un originale, un uomo la cui vita è destabilizzante, messa come pietra di inciampo perché susciti domande in tutti noi ancora oggi. C’è però un rischio: quando incontriamo persone così tendiamo a odiarle o a canonizzarle, senza ricordare che certe contraddizioni sono proprie del carattere. Perché  quando la grazia di Dio entra in una persona la lascia profondamente se stessa. Come il roveto ardente: brucia ma non consuma le radici. E lui è stato bruciato e toccato da qualcosa più grande di lui che lo ha reso più se stesso”. Epicoco ha poi centrato il suo intervento su due aspetti che hanno caratterizzato la vita di don Bianchi: profezia e gratuità.

“Don Luisito era un profeta perché vedeva l’essenziale. Vedeva cioè quello che è sempre valido e sempre vero, aldilà dei condizionamenti. Il Vangelo del resto è sempre fuori moda, non sposa la logica del mondo e per questo è profetico e fastidioso. Ma quando uno trova l’essenziale non ha più paura e non esiste più destra o sinistra perché tutto è fisso lì. Noi abbiamo bisogno di profeti che ci ricordino che cosa è essenziale, che ci aiutino a fissare lo sguardo su ciò che non passa. L’altro punto nodale – ha chiosato Epicoco – è la gratuità. Don Bianchi ha studiato a fondo per mostrare come quello che aveva intuito è vero nella storia, nel magistero della Chiesa, nella filosofia, nella Sacra scrittura. “Eppure non ci troviamo di fronte a un uomo ideologico. Nell’ideologia le cose funzionano con grandi idee che logicamente funzionano, ma che perdono di vista la realtà. Realtà che è fatta di imprevisti che sfuggono alla logica. In lui non c’è ideologia, non era un prete schierato, perché  ha contrapposto all’ideologia la testimonianza, ossia sforzarsi di vivere ciò che tu pensi essere vero. Ha sempre difeso ciò che vedeva nella realtà”. Come? Con gratuità. Una gratuità – ha spiegato Epicoco – che non è altro che “amore a fondo perduto”. Cioè un amore che accade senza motivo, come Cristo ha amato e ama l’uomo sempre. Senza merito e senza interesse, come dimostra l’evangelica storia di Zaccheo evocata dal teologo aquilano. “Don Luisito aveva capito che la gratuità è amare senza pretesa, e questo vale anche nell’amicizia. Nella gratuità c’è il riflesso di un Dio che non è impaurito da chi non lo conosce. Noi dobbiamo diventare riflesso di un amore così”. Per Epicoco il contrario della gratuità è un amore invece interessato, che ha bisogno di denaro o ricatti morali per esistere. Ma questo tipo di “bene” denota solo una grande mancanza di fede. “Chi  ha fede sa che Dio sa tutto di noi, ci conosce nel profondo e non si perde un istante della nostra vita. La logica della provvidenza è quella di chi si abbandona non perché è sprovveduto ma perché ha fede. Come accadde per don Luisito. Tutta la sua opera ci mette drammaticamente davanti a una domanda di fede: tu credi? Io credo che la sua opera e tutta la sua vita possono essere onorati solo se diventano una sfida personale, se quello che lui ha detto è così vero da essere tradotto in un vissuto. E tenere viva la sua memoria non è fare attività museale, ma non far spegnere il fuoco. Un fuoco che scalda e illumina. E che bruci quello che non serve”.

L’intervento di don Luigi Epicoco

Dopo l’applauditissimo intervento, l’incontro è proseguito con gli interventi di Massimo Tedeschi, saggista e giornalista del Corriere della Sera, e Franco Aliprandi, segretario di Fondazione Dominato Leonense.

Tedeschi ha incentrato il suo intervento su quello che è forse l’opera più conosciuta di don Bianchi, “La messa dell’uomo disarmato”. “Nel 1989 – dopo una profonda revisione da parte dell’autore – venne pubblicata la prima versione di questo straordinario romanzo. Il libro, corposo (circa 700 pagine) inizia così a diffondersi “da mano a mano, da amicizia ad amicizia” fino a divenire conosciuto al grande pubblico. “Questo libro è un romanzo sulla moralità della Resistenza”, spiega Tedeschi, che sottolinea come tutta l’opera del sacerdote cremonese si muova nel solco di una continua ricerca di senso, senza però alcun imprinting ideologico. “Fu prete operaio, ma senza abbracciare l’ideologia marxista come accadde per altri. Stava dalla parte dei lavoratori, ma per una scelta di fede. Anche tutto il tema della Resistenza viene vissuto in maniera profonda, tanto che don Luisito la nomina sempre come “il grande avvenimento”. Tre – ricorda il giornalista – sono le parole chiave attorno a cui ruota il romanzo: la Parola, i morti e la memoria. “Questo è un grande libro di spiritualità, in fondo. Come dimostrano le righe straordinarie in cui descrive la fine del fascismo: il soffio della storia che vedeva cadere gli idoli, ma quel soffio era Dio”.

L’intervento di Massimo Tedeschi

A chiudere il convegno è stato Aliprandi, che ha documentato il vasto lavoro di ricerca e digitalizzazione di tutta la produzione (musica, scritti, “omelie vagabonde”, registrazioni) di don Luisito e l’attuale progetto di Casa Doreàn. Il Comitato del “Fondo Luisito Bianchi”, costituito il 23 gennaio 2013 in seno alla Fondazione Dominato Leonense di Leno sta infatti portando avanti la ricostruzione della casa natale di don Luisito, come ha documentato agli astanti l’architetto autore del progetto. La casa diventerà il luogo dove custodire l’immenso patrimonio librario, epistolare, letterario e musicale del sacerdote cremonese con un piano della struttura che invece potrà essere dedicato a bisognosi o studiosi che chiedano di soggiornare il tempo necessario per le loro ricerche d’archivio.

L’intervento di Franco Aliprandi

Al convegno – conclusosi con il saluto del sindaco Gianluca Galimberti – hanno partecipato con brevi ringraziamenti anche la nipote di don Luisito, Licia Rivoltini, Vittorio  Biemmi (presidente di Cassa Padana), Natalino Stringhini (vice-presidente nazionale Acli) e Davide Viola, presidente della Provincia di Cremona.

 

Photogallery del convegno

 

Don Luisito Bianchi

Uomo appassionato, testimone fedele del passo del Vangelo di Matteo “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Un tema, quello della gratuità, al centro della propria esperienza umana e snocciolato in tutti i suoi scritti, dai diari alle poesie, dalla narrativa ai testi della memoria.

Ordinato sacerdote nel 1950, Luisito era molto legato alla sua terra cremonese, in particolare a quel “grumolo di terra e di case, nel cuore della Grande Pianura, dallo scanzonato e solenne nome di Vescovato”. Nella scelta di farsi prete, prese ispirazione dalla testimonianza di vita di un altro grande sacerdote cremonese, don Primo Mazzolari.

Un uomo eccezionale Luisito Bianchi, che tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta scelse di diventare uno dei primi preti-operai, lavorando dapprima in fabbrica, alla Montecatini di Spinetta Marengo, e poi come inserviente presso l’Ospedale Galeazzi di Milano. Sono di quegli anni alcune delle sue opere più mature, tra cui il capolavoro di narrativa moderna “La messa dell’uomo disarmato”, romanzo sulla resistenza nato da una profonda riflessione di Luisito sul senso della sua vita.

A sette anni dalla sua scomparsa, i semi d’amore gettati da Luisito Bianchi iniziano a portare i primi frutti. La sua casa natale, su desiderio dello stesso Luisito, sta diventando Casa Doreàn (casa della gratuità): dopo la donazione dell’abitazione fatta dagli eredi, Fondazione Dominato Leonense sta procedendo, in collaborazione con il Fondo Luisito Bianchi, all’attività di ristrutturazione dello stabile. Da questa ristrutturazione avrà origine un centro aperto a tutti, che nei prossimi anni custodirà l’immenso patrimonio librario, epistolare, letterario e musicale di Luisito.

Scheda di approfondimento del progetto don Luisito Bianchi

Maria Acqua Simi

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