Da Castelleone a Mombasa (Kenya): la missione di Chiara Gallarini

«La bellezza e lo stupore di atterrare in un aeroporto a 6.200 km di distanza dall'Italia e sapere perfettamente dove andare»
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Aveva ricevuto il mandato dal vescovo Antonio Napolioni, che nella veglia missionaria dello scorso ottobre, in Cattedrale, le aveva consegnato il crocifisso. Ora per Chiara Gallarini, 28enne di Castelleone, è il tempo della missione: un anno di servizio civile a Mombasa (Kenya) con un progetto della Caritas ambrosiana. Pubblichiamo la prima lettera che ha inviato dall’Africa.

 

Eccoci qua… finalmente dopo tre aerei (troppi) siamo ritornate alla nostra casa in Kenya: Mombasa! È strano ritornare per la prima volta in un posto lontano dove ho fatto servizio… le altre volte anche se lo avrei tanto voluto è stato impossibile, ma diciamo che è andata bene così! Però, questa volta, ritornare mi ha suscitato emozioni che non avevo mai provato. La bellezza e lo stupore di atterrare in un aeroporto a 6.200 km di distanza dall’Italia e sapere perfettamente dove andare, trovare all’uscita un volto amico e salutarlo chiamandolo per nome davanti allo stupore di tutti. Essere accolta con un sorriso e una stretta di mano che dicono “bentornata”. Salire in macchina e dirigermi verso la città conoscendo perfettamente la strada che stiamo percorrendo e riconoscere i luoghi che incontriamo.

Che bello e che grande fortuna poter avere il privilegio di vivere e provare tutto questo! Guardando la città dal finestrino dell’auto vedo un mondo conosciuto, ma improvvisamente mi scopro sorpresa che possa esistere davvero. Per un attimo per la mia mente sembra quasi impossibile che questa realtà, questo mondo altro che scoppia di vita esista nello stesso tempo in cui esiste il mio piccolo mondo in Italia. Sembra così lontano e diverso dall’ordine, dalle regole, dalla routine europea che davvero mi chiedo come queste due realtà possano coesistere. Eppure è così! Mentre in Italia la gente si starà sedendo ad un tavolo imbandito per la cena, qui persone si aggirano per le strade alla ricerca di chissà che cosa, dormono per terra placando le fatiche della giornata. I banchetti di legno dei mercati sono chiusi e stranamente tetri senza la calca che li circonda di giorno. La discarica, come al solito, brilla dei piccoli focolari che bruciano l’immondizia e mandano un odore pungente e inconfondibile.

Piano piano ci addentriamo sempre più nella città, superiamo il ponte di Nyali passando sopra l’oceano, svoltiamo per Kongowea e proseguiamo verso Nyali. La strada è ora libera: sfrecciamo su Links Road, guardando la fila ordinata di hotel lungo la spiaggia: “The voyager”; “Bahari beach”, … “Mombasa beach”. Ed eccoci arrivate! Scendiamo qui. Le guardie ci aprono il portone sorridenti. Siamo a casa!

Karibuni Mombasa, di nuovo. Tranquilla Chiara…esiste davvero! E per altri nove mesi è tutta da vivere!

Il lunedì pomeriggio dopo il nostro rientro abbiamo ricominciato con le attività al Mahali Pa Usalama, un Rescue Centre dove sono accolti bambini e ragazzi allontani dalle famiglie, o perché vittime di abusi o perché provenienti dalla strada. Dopo un po’ d’incertezza sull’attività da svolgere (se proporla proprio quel giorno oppure aspettare ancora un po’), alla fine una storia, debitamente tradotta in inglese, ha dato il via alle nostre attività. Proponiamo ai ragazzi la lettura di una storia che riguarda l’importanza di avere un nome, un’identità.

Torniamo a casa contente e soddisfatte dell’attività e lasciamo trascorrere i giorni della settimana che ci vedono impegnate in ufficio. Giovedì torniamo al Mahali e durante la mattinata aiutiamo nelle lezioni scolastiche che ci inglobano completamente, perché i più piccoli stanno davvero lottando contro addizioni e sottrazioni. Le ragazze più grandi compaiono ogni tanto: non sono in classe perché stanno aiutando in cucina. Così per tutta la mattina non mi accorgo che manca Jo, la ragazza più grande del centro, colonna portante e guida per i più piccoli, aiuto per le mamas e responsabile della custodia delle chiavi: una ragazza sveglia, brava, curiosa e sempre disponibile a giocare con noi e ad aiutarci con le traduzioni in kiswahili.”Jo, dov’è?”, chiedo ingenuamente alla mama all’ora del pranzo. “Jo, non c’è. È andata via!”.

“Come?”, pensa la mia testa. “Non è possibile, non abbiamo nemmeno potuto salutarla. Non si parlava che avesse dovuto andarsene a breve… come mai? E poi non abbiamo nemmeno potuto consegnarle il lavoro del suo nome… si era impegnata così tanto”. Tutti questi pensieri si manifestano in un: “Ah, davvero? Come mai?”. La mamas mi risponde che nessuno lo sapeva, neanche Jo. La sister (suora) le ha detto la sera per il giorno dopo che sarebbe dovuta tornare a casa e lei ha fatto le valigie e se ne è andata. 

Le domande nella mia testa arrivano ad una velocità estrema: perché se ne è dovuta andare proprio adesso? è stata reinserita in famiglia? è da sola? è in un altro centro? sta bene? Non resisto e cerco di capirne di più andando a chiedere alla consulente del centro. E così ecco la risposta: Jo è dovuta tornare a Nairobi per cercare di avere i suoi documenti d’identità. Quando Jo è arrivata al centro nessuno sapeva da dove provenisse e come si chiamasse. Così all’inizio lei ha detto di chiamarsi con un altro nome e di provenire dal Sud Africa, ma poi la suora ha chiesto di lei al Governo del Sud Africa e della sua identità non c’era traccia. Era ovvio che non provenisse da lì e che quello non fosse il suo vero nome.

“Ma come? – penso io – Lei, Jo, la ragazza così brava e affidabile che abbiamo conosciuto che mente sulla sua identità e sulla sua origine?!”. Forse un motivo per mentire lo aveva. Investigando e facendo molte domande mirate alla suora scopriamo che ha aveva capito che Jo arrivava da Nairobi, da una famiglia molto povera che viveva in strada in una delle baraccopoli. Ora Jo è dovuta tornare là per cercare di ottenere un documento d’identità che le permetta di affrontare gli esami scolastici (senza documento d’identità è negato l’accesso) e trovare qualcuno che le sponsorizzi gli studi e le permetta dunque di tornare a scuola. E qui un’ultima domanda mi sorge spontanea: “Ma Jo è da sola o c’è qualcuno che la aiuta in tutto questo?”. È da sola!

Mi immagino Jo, una ragazza di 13/14 anni che porta sul corpo i segni delle violenze subite e probabilmente nel cuore il macigno di tutto quello che ha passato, da sola, nella baraccopoli, per strada, con una famiglia che non ha niente, nel tentativo di procurarsi dei documenti e un benefattore. Vorrei correre a Nairobi per aiutarla, cercarla ovunque, chiamarla al telefono, dire alla suora di andarla a riprendere e aiutarla in tutto questo perché da sola non so se ce la farà. Ma ovviamente tutto questo è impossibile.

Proprio in quel momento mi torna in mente la storia che abbiamo letto tre giorni prima insieme, sull’importanza di avere un nome, di avere un’identità e mi viene un groppo alla gola. Certo che la vita a volte è proprio strana! Chissà che cosa avrà pensato Jo mentre ascoltava quella storia e chissà se potrà esserle d’aiuto nella ricerca della sua identità. Io ora posso solo sperare che sia così, pregare per lei e augurarle, da lontano, buona fortuna.

Chiara Gallarini

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