Casalmaggiore, cena solidale per un’Italia “caporalato free”

Il sociologo Omizzolo ospite della Bottega NonSoloNoi parla di agro-mafie e sfruttamento lavorativo. A Cremona condurrà una ricerca con Acli sul mondo delle badanti
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È stato un successo in termini di partecipazione e sensibilizzazione la serata voluta dalla Bottega NonSoloNoi, Commercio equo e solidale di Casalmaggiore, che sabato 24 novembre ha organizzato l’annuale cena di raccolta fondi cui hanno aderito un centinaio tra amici, soci e sostenitori.

Tema scelto dagli organizzatori è stato lo sfruttamento sul lavoro e l’interconnessione tra caporalato e mafie. Ospite il sociologo Marco Omizzolo (alla sua seconda visita a Casalmaggiore dopo l’intervento presso il Circolo ACLI il 2 giugno scorso), ricercatore Eurispes e fondatore della rivista Tempi moderni e della cooperativa In Migrazione, impegnata da anni al fianco dei lavoratori Sikh schiavizzati nelle campagne agro-pontine e di tutti i lavoratori migranti.

La serata si è aperta con la visione del cortometraggio La giornata, di Pippo Mezzapesa, che racconta la morte di fatica per due euro l’ora (come scritto nei titoli di coda) della bracciante pugliese Paola Clemente il 13 luglio 2015. A seguito di questa tragedia e dello sciopero del 18 aprile 2016, che lo stesso Omizzolo ha organizzato a Latina con 4 mila braccianti indiani per chiedere condizioni di lavoro dignitose, lo Stato Italiano ha risposto nel novembre 2016 con la legge 199 (e conseguente modifica dell’art. 603/bis del codice di diritto penale), introducendo il reato di caporalato, la confisca dei beni (come per le organizzazioni mafiose) e l’arresto in flagranza di caporali e datori di lavoro consapevoli dell’origine dello sfruttamento.

Nei processi ad oggi in corso i lavoratori migranti si sono costituiti parte civile, dimostrando la volontà di lottare insieme allo Stato contro le mafie, perché “il caporalato è un reato spia della presenza di attività mafiose” (Omizzolo, Migranti e diritti. Tra mutamento sociale e buone pratiche, in Tempi moderni, ed. Simple, 2017). Laddove sussistono vessazioni, maltrattamenti, paghe inique, violenze psicologiche e fisiche, sfruttamento sessuale ai danni delle lavoratrici, lo Stato è evidentemente assente e si lascia mano libera a quella che Omizzolo definisce, per il territorio di Latina, la Quinta mafia o Consorzio mafioso pontino. Si tratta di un’organizzazione sovrastrutturale e informale (Omizzolo, La quinta mafia, collana Banlieue, ed. Radici Future, 2016) che ha radici nei principali clan mafiosi già presenti sul territorio e ne ridefinisce gli obiettivi criminali e le strategie insediative, cercando di creare attività economiche ai limiti della legalità. I principali settori in cui agisce sono il contrabbando di merce contraffatta proveniente dalla Cina, il commercio di automobili, l’edilizia, il comparto alberghiero, la ristorazione, il traffico di stupefacenti e ovviamente il comparto ortofrutticolo.

Ma sarebbe sbagliato pensare che il problema sia lontano dal nostro territorio. Due sono le verità insindacabili emerse dall’incontro e che sfatano il mito del nord Italia immune dalla criminalità organizzata. La prima: le mafie agiscono trasversalmente in ogni regione del Paese e in ambiti professionali tra i più variegati, spaziando dal settore agricolo a quello assistenziale.

Molti i dati raccolti nella numerosa bibliografia del sociologo e molti altri quelli che emergeranno prossimamente, quando verranno pubblicati i risultati di una ricerca che Omizzolo condurrà nel territorio cremonese grazie alla sua partecipazione al progetto locale Semi di futuro, nato dalla collaborazione di 4 partners capofila (ACLI, ARCI, AUSER e Università Popolare). L’ambito di ricerca stavolta sarà il settore delle assistenti domiciliari (le cosiddette badanti).

E ancora. I lavoratori maggiormente colpiti dallo sfruttamento sono uomini e donne di origine straniera, che a causa dell’attuale legge sulle migrazioni e del debito spesso contratto per raggiungere l’Europa sono a tutti gli effetti i più ricattabili: è piuttosto diffuso che il datore di lavoro sottragga loro i documenti che gli permettono di vivere legalmente in Italia, o che caldeggi l’uso di droghe e sostanze dopanti per superare la fatica delle 12/14 ore di lavoro consecutive, o che si faccia pagare affitti onerosi per alloggi fatiscenti da condividere con altri lavoratori nella stessa condizione. Questo avviene nel Sud come nel Nord Italia. I recenti fatti di cronaca lo testimoniano.

Grazie all’attuale legge, allora, e anche al coraggio di tante persone che hanno deciso di aderire all’I CARE di Barbiana, la Guardia di Finanza nel 2017 ha sporto 380 denunce, che hanno come scopo sia arrestare questo fenomeno ma anche favorire la volontà di costruire alleanze con quella parte dell’imprenditoria italiana che, in particolare nell’ambito agroalimentare, sostiene una filiera etica cui il consumatore attento può e deve aderire.

Questo è quanto resta da una ricca serata di formazione e informazione, oltre che di tanta umanità: ogni cittadino, in forza del suo essere consumatore, è chiamato ad orientare il mercato e le politiche pubbliche verso la giustizia, i diritti, la legalità, perché la lotta contro tutte le mafie passa anche da quel che mettiamo nel piatto.

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